giovedì 1 dicembre 2016

Mi ami tu?


d7e33-pregare
” Confidate nel Signore sempre” ( Is 26.4)
Mi chiedo Signore se io sono capace di confidare in te sempre, di perseverare nella preghiera, nella fede, nella speranza, nella carità, nell’amore.
Questa mattina mi interrogo soprattutto sulla mia perseveranza nell’amore non tanto verso i fratelli che vedo di rado ma che porto nel cuore e ti presento ogni volta che mi metto alla tua presenza, quanto sul tuo amore per me.
A volte mi vengono i dubbi, visto come vanno le cose.
Tu hai chiesto a Pietro: ” Mi ami tu?” ed era importante la tua domanda perchè gliel’hai fatta tre volte.
Non ti sei formalizzato alla quantità di amore che desideravi ma ti sei accontentato da subito e da subito gli hai dato l’incarco di pascere le tue pecore con l’amore di cui era capace.
Tu sei Dio e il tuo amore è infinito, questo penso sia l’attributo che più corrisponde alla verità del tuo essere Dio, il mio Dio, il Dio dei miei padri, il Dio di Gesù.
Quando non riesco a lodarti, benedirti e ringraziarti per la prova che ininterrottamente mina il corpo e la mente, notte e giorno protendendo le mie mani verso la tua acqua, la fonte viva e rigenerante della vita, quando la vita diventa solo un peso e il giorno un susseguirsi di no, io mi chiedo se il tuo amore è così grande come lo immagino, come lo desidero, come penso che dovrebbe essere.
Mi chiedo e ti chiedo quanto dovrò aspettare per vivere la gioia di essere tua figlia, di sentirmi definitivamente a casa al riparo da ogni paura e da ogni inganno.
Me lo chiedo dopo l’ennesima notte passata nel tormento del corpo e nella preghiera incessante, me lo chiedo questa mattina che mi appresto a cercare ragioni di speranza, spiragli di luce nella mia insignificante quotidianità.
Ho fatto indigestione della tua Parola Signore, questa notte, nella speranza di trovare un varco a tanta sofferenza, un senso, una direzione a dare al mio cammino, al mio esodo per una terra che non conosco.
“Mi si attacchi la lingua al palato, se ti dimentico Gerusalemme”
Le parole che mi porto dentro e che continuo a ripetermi per paura di rinnegarti.
Oggi credo che la risposta alla domanda se mi ami la debba trovare dopo il capitolo della passione.
Nei misteri gloriosi Maria mi farà vedere scritta nel cielo in terra e in ogni luogo qual è la vera salvezza, dove trovarla e in chi confidare sempre.

mercoledì 30 novembre 2016

Pescatori

e095a-pietro7
(Mt 4,19) 
“Venite dietro a me, 
vi farò pescatori di uomini”
A leggere il vangelo di oggi non sembra che Gesù abbia trovato difficoltà a reclutare i suoi discepoli, gli apostoli destinati a testimoniare tutto ciò che avrebbero ascoltato e visto stando con lui.
Testimoni della morte e resurrezione di Gesù ci continuano a rendere presente il Signore attraverso gli strumenti messi nelle loro mani, nell’amore radicato nei loro cuori.
“Convertitevi e credete al vangelo”
Così comincia Gesù la sua predicazione, dopo aver avuto dal Padre l’imprimatur, ma non so quanti siano stati convinti dalle parole che Gesù pronuncia in questo inizio dell’anno liturgico.
Già perchè l’anno liturgico comincia con l’Avvento, un tempo che ci viene ogni anno riproposto per meditare sul grande mistero dell’incarnazione di Dio.
Un tempo di silenzio e di attesa, di sosta, di meditazione, aprendo le orecchie alle profezie che parlavano di cosa sarebbe accaduto e di come e di dove.
Se i contemporanei di Gesù si meravigliarono di quello che Gesù diceva o faceva o delle sue umili origini o della fine che fece, sicuramente furono abbagliati da altro.
Come noi a Natale a tutto pensiamo fuorchè a lui perchè sono troppe le cose da sbrigare, i regali da fare, i pranzi da preparare, così allora i contemporanei di Gesù non si soffermarono sulle coincidenze tra la sua parola e la parola dei profeti, tra la sua venuta al mondo e il come e il dove e l’idea che si erano fatti.
Non siamo mai obbiettivi quando proiettiamo sugli altri le nostre aspettative, le nostre frustrazioni, i nostri difetti e poi non abbiamo mai la pazienza di aspettare.
I rapporti interpersonali sono sempre condizionati da giudizi, pregiudizi, giudizi anticipati, così la verità rischiamo di non conoscerla mai.
In questa pagina di vangelo pare che i primi chiamati non ebbero dubbi a seguire Gesù, senza che lo conoscessero.
Infatti per conoscerlo non bastarono i miracoli, nè le parole, nè il sacrificio, nè la resurrezione.
Lo Spirito Santo aprì loro gli occhi alla verità che ci hanno tramandato.
Lo Spirito Santo non ha privilegiato solo i primi discepoli, ma grazie a Dio lavora giorno e notte perchè tutti abbiamo la vita eterna.
Furono più fortunati i nostri antenati contemporanei di Gesù o noi?
Perchè se Gesù non lo incontri e non lo frequenti, non lo perdi di vista, se ti lasci da lui guidare e ammaestrare e nutrire, sicuramente puoi dire che sei suo contemporaneo, vale a dire che vivi il tempo senza fine, il tempo di Dio, l’oggi, il sempre, l’eternità.
Ma anche se tutte queste cose le ho sperimentate, è come se avessi un sacco bucato, buchi nella memoria, buchi nel cuore, o meglio pietre che non mi permettono di rendere immutabile e definitiva la mia salvezza.
Mi sento tanto fragile, piccola, incapace di tenerezza nei confronti di me stessa e degli altri.
Don Carlo Rocchetta parla della necessità di nutrire l’altro, di farlo vivere attraverso pochi gesti di tenerezza.
Quattro gesti al giorno aiutano a sopravvivere, ha detto.
“Vi farò pescatori di uomini” disse Gesù ai chiamati.
Come vorrei diventare molle come la creta del vasaio perchè il Signore di me faccia un vaso capace di donare amore e non giudizio.
Mi piacerebbe, e lo chiedo per questo tempo che mi dona di vivere .
Finora sono stata troppo severa anche se giusta.
Era il mio vanto quando insegnavo, non contravvenire alle regole e non commettere nei riguardi degli altri alcuna ingiustizia.
Ne andavo fiera.
Poi mi accorsi che solo l’amore rende giusti, l’amore e il rispetto per la diversità dell’altro, il non dare mai per scontato che una regola sia uguale per tutti.
Ma se con la testa l’ho capito, non ancora riesco a fare il salto, a piangere, a chiedere aiuto, a mostrare di me la parte vulnerabile.
Perchè da lì parte la compassione, la comunione, la condivisione.
Ieri mi sono commossa ad assistere per la prima volta ad un battesimo per immersione.
Il piccolo Carlo liberato da tutte le bardature che sono necessarie per proteggerlo dal freddo e non solo, nudo è stato immerso nella piscina minuscola dove era stata versata acqua calda, mista ad acqua di Lourdes.
La nudità mi ha fatto pensare all’essenziale, a come siamo noi di fronte a Dio da cui non dobbiamo difenderci e a cui non possiamo nasconderci.
E’ stato bello riflettere, attraverso quel rito, sul nostro bisogno di essere ricoperti dalla grazia di Dio, l’unica veste che ci garantisce la salute eterna.
Gesù oggi ci chiama e ci promette di essere noi pescatori di uomini, lasciando le nostre reti che ci impediscono di camminare liberi al suo seguito e di vedere e di sentire adeguando il nostro passo al suo ma sempre dietro, aggiogati al suo carro.
Maria, sposa dello Spirito Santo sia la guida perchè possa essere un giorno chiamata a vivere nell’intimità il Suo Amore sponsale.

lunedì 28 novembre 2016

Luce

ad054-ges25c325b92bpane2bdi2bvita
“Venite camminiamo nella luce del Signore”(Is 2,5)
Le letture dell’ultima settimana dell’anno liturgico sono state caratterizzate dalla luce che emana dalla casa di Dio che diventa la nostra casa.
La luce è indispensabile per poter vivere senza inciampare e farsi male.
“Il popolo che viveva nelle tenebre vide una grande luce” c’è scritto a proposito del Salvatore.
La cometa, Maria è la luce che indica la strada per entrare nella grotta e adorare Gesù.
“Lampada ai miei passi è la tua parola” .
La Parola di Dio è la luce che ci guida, in questo periodo di attesa per non sbagliare strada e arrivare certi a destinazione.
” Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli, ad esso affluiranno tutte le genti” .
Certo che questo avviene alla fine dei giorni, ma oggi, come cercare e trovare la strada per entrare nel tempio del nostro Dio?
Il seme è nascosto nella terra, non si vedono nè fiori, nè foglie, ma c’è chi lo custodiscee lo porta alla luce.
E’ Maria il candelabro su cui la fiamma accesa risplenderà per tutti i popoli della terra.
Maria vergine dell’attesa.
Per ora ci dobbiamo fidare e metterci in cammino, con lei che per prima ebbe il privilegio di accogliere e custodire la Parola e donarla al mondo.
Metterci in cammino, non da soli, tentazione che spesso ci fa sbagliare strada, ma insieme a trutti quelli che cercano la luce che non tramonta, a tutti quelli che vogliono stabilmente abitare la città di Dio.
Non è un caso che io sia sottoposta ad un intervento agli occhi, perchè la visione offuscata migliori a tal punto da farmi evitare di cadere.
Voglio iniziare questo cammino quindi partendo dai segni che la mia storia mi rimanda, segni di confusione, caligine, nebbia, distorsioni, dovute a malattie dell’occhio alcune irreversibili.
Voglio partire dal mio bisogno di luce, dal mio limite, dalla mia cecità, riconoscendomi peccatrice, lasciandomi guidare da chi vede la strada e mi può aiutare nel percorrerla fino in fondo.
Mi voglio affidare a Maria, colei che disse sì ad un progetto che la coinvolgeva e la superava, fidandosi del suo Creatore.
” Ha guardato l’umiltà della sua serva”
L’8 dicembre celebriamo la sua Immacolata Concezione, la veste che a noi è data nel Battesimo, la vita nuova che ci permette di riconoscere di chi fidarci, a chi affidarci e quale deve essere l’abito giusto per arrivare alla grotta.
Stranamente la meta del Natale è la grotta, un luogo scarsamente illuminato, maleodorante, piccolo e scomodo, che sembra stridere con l’immagine della città del Signore posta sul monte a cui il profeta Isaia fa riferimento per invitarci a metterci in viaggio.
La luce di cui abbiamo bisogno è quella che illumina il nostro bisogno di metterci in cammino.
Il centurione non chiede a Gesù nulla ma segnala come fece Maria alle nozze di Cana, a Gesù che il suo servo è malato e non può assolvere alle sue funzioni, come a Cana la festa senza vino non poteva più dare ciò per cui era stata organizzata: la gioia
Gesù è colui che restituisce ad ognuno la sua identità, funzione, Gesù è la luce che illumina la nostra vita, da dentro sì che fuori si possa distinguere.
Ognuno di noi diventa luce per gli sbandati della notte se rimaniamo in ascolto della Parola che ci annuncia la Sua venuta.

domenica 27 novembre 2016

Anche voi

Io non sono solo, perché il Padre è con me.
“Anche voi tenetevi pronti” (Mt 24,44)
Mi ha colpito oggi quell’anche voi” a cui non avevo mai fatto caso.
La parola è rivolta ai discepoli che non si devono sentire esonerati dall’essere vigilanti e pronti per la venuta del Signore.
E’ ora di svegliarci dal sonno, dice S. Paolo nella lettera ai Romani, e di fare sul serio perchè Dio fa sul serio.
E’ innegabile che quando un pericolo è vicino ci mettiamo all’opera per scongiurarlo come anche, se un evento gioioso è imminente, ci prepariamo ad accoglierlo nel migliore dei modi.
Ciò che non piace a Dio e non ci aiuta a vivere pienamente l’esperienza del Natale è pensare che non c’è niente di nuovo sotto il sole…
Ogni anno che passa questa festa ci mette di fronte alle cose che mancano, al rimpianto per ciò che non possiamo più fare, alla nostalgia dei Natali della nostra infanzia, al dolore per chi non c’è più…
Più poveri di idee, di persone, di statuine…
Il presepe si semplifica, quando si è vecchi e si riduce all’essenziale.
Perchè non abbiamo nessuno da invitare, da stupire, nessuno che condivida la gioia di consumare con noi il pranzo e nessuno che ce lo prepari, nessuno, perchè la vecchiaia ci isola dal mondo e ci lascia soli a meditare sulla fine non dei tempi, ma nostra.
L’Avvento è una straordinaria opportunità per riflettere sulla nostra staticità, sulla nostra non vita che guarda solo a ciò che manca e non vede quello che c’è.
È. innegabile che con il passare del tempo vengono meno con le persone anche le forze e il nostro presepe si riduce a pochi pezzi essenziali.
Gesù, Maria, San Giuseppe.
Gli addobbi rimangono in cantina e la casa non prende il colori dell’attesa festosa.
Mi chiedo cosa il Signore voglia dirmi con quell” anche voi”, visto che l’attesa è di casa, quando ti trovi a srotolare le ultime pagine del libro.
Guardo fuori e i colori dell’autunno mi catturano, anche se gli alberi sono sempre più spogli e la terra meno verde.
Ci si prepara all’inverno, il tempo in cui si attinge alle provviste fatte nella stagione dell’abbondanza, il tempo in cui il seme gettato nella terra è il rischio in cui si investe la speranza, il tempo in cui occhi non vedono e orecchi non odono, perchè si è spento il canto degli uccelli, e le ombre della notte prevalgono su quelle del giorno.
Nel silenzio della mia stanza interiore cerco l’incontro con il Signore attraverso la Sua parola, il seme gettato nella mia terra.
Cosa devo aspettare? Di cosa meravigliarmi? Per cosa piangere o ridere, fare lutto o gioire?
Voglio trovare in questo tempo che Lui mi dona ragioni di speranza per me e per i miei fratelli, voglio contemplare il mio piccolo presepe mentre le strade vengono tracciate e le statuine prendono vita…
Sono le persone che custodisco nel cuore, persone che nel bene e nel male il Signore ha messo sulla mia strada, persone da custodire come dono che non si consuma, persone che hanno reso meno desolato il mio inverno, hanno dato senso e sostanza alla mia preghiera, al mio sì ripetuto nel tempo, persone che mi hanno sostenuto e che ho sostenuto.Voglio pregare con le parole del Salmo 122
Quale gioia, quando mi dissero:
“Andremo alla casa del Signore!…
Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: «Su te sia pace!».
Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene.
Il tuo Avvento Signore si incontri con la mia attesa non solitaria, non triste, ma gioiosa mentre cammino alla volta della grotta insieme a a tutti quelli che porto nel cuore.

mercoledì 23 novembre 2016

Apocalisse

Image for Il Verbo

” Grandi e mirabili sono le tue opere”(Ap 15,3)
Apocalisse, svelamento, squarcio del velo che nasconde la verità.
Giovanni ha visto non ciò che avverrà, ma ciò che è che era e che sarà, ha visto nel tempo di Dio la verità manifestarsi nella liturgia celeste che celebra la giustizia e la verità attraverso l’armonia dei colori, delle trasparenze, della luce, del canto, dei gesti, della perfetta corrispondenza del volere e dell’operare in Cristo, per Cristo e con Cristo.
A queste immagini bellissime si contrappongono quelle della sorte dei dannati, degli infedeli, di quelli che pur avendo visto e toccato e sentito non hanno creduto.
Continuano a darmi malessere le parole che leggo in questo scorcio dell’anno liturgico che sta per concludersi, mi ricordano che Dio fa sul serio e che non mi posso illudere che l’inferno sia vuoto.
Eppure continuo a sperarlo, per me, per tutti quelli che ho incontrato sulla mia strada, agnostici, atei, blasfemi, peccatori incalliti.
Continuo a sperarlo perchè mi voglio illudere che la misericordia di Dio è eterna e senza misura il suo amore per noi.
Certo che ci sono persone che con piena consapevolezza hanno rifiutato l’amore di Dio, non hanno voluto sottostare ai suoi decreti, ai suoi insegnamenti, persone che hanno preferito seguire la strada dell’autonomia e dell’autosufficienza, persone che hanno rifiutato il proprio limite cercando di superarlo, annullarlo, con tutti gli stratagemmi possibili, invenzioni, coperture, droghe, annebbiamenti , mascheramenti della verità.
Certo è che, se tu non vuoi, non puoi pretendere di salvarti da solo, perchè siamo creature e come tali non possiamo fare a meno dell’amore e delle cure di chi ci ha creato.
Ma non è così scontato che si capisca tutto questo, specie quando si è giovani e il mondo ce l’hai in mano.
Tanti sono i sogni, le speranze, tante le illusioni di farcela e di affermarsi senza l’aiuto di nessuno.
In verità noi continuamente abbiamo bisogno degli altri, ma non diamo peso e importanza a questo, quanto invece alla nostra capacità di essere riusciti a raggiungere certi obiettivi da soli.
Io sono tra questi, tanto che l’autonomia e l’autosufficienza sono stati i valori per i quali mi sono battuta, che ho sentito primari e sostanziali per dare senso alla vita.
Ma Dio non è stato a guardare, mi ha mandato tanti segnali ai quali non ho dato importanza fino a quando tutto mi è stato tolto di ciò che pensavo mi desse la felicità.
Quel togliermi tutto fu lo strumento per darmi tutto in modo e misura sovrabbondante, perchè quando sei povero apri le mani per chiedere qualcosa che ti permetta di non morire subito.
Nel deserto anche la più piccola goccia d’acqua è preziosa, ed è sempre segno che, se scavi, se cerchi, se non ti stanchi e perseveri, trovi la sorgente e l’oasi dove poterti ristorare.
Ieri don Ermete ha commentato l’Apocalisse fermandosi più volte sul fatto che Dio si è fatto carne, storia, che significa, gioia e dolore, salute e malattia, amore e odio, pianto e riso, persecuzione e trionfo, , in una parola Dio si è fatto uomo come noi, con i nostri limiti e i nostri problemi che non vediamo risolti sempre prima di morire.
E poi , parlando della fine del mondo, ha detto che non dobbiamo preoccuparci perchè per noi il mondo finisce quando moriamo e a morire prima o poi moriamo tutti.
E’ inutile che ci angosciamo o ci fasciamo la testa perchè ciò che Giovanni ha visto non è altro che quello che succede sempre, che non vediamo ma che ci aspetta appena il tempo è giunto a compimento.
Bisogna tenersi pronti sempre, perchè, quando arriva il tempo della mietitura noi non siamo gettati nel tino dell’ira divina, ma siamo chiamati come sacerdoti a celebrare la liturgia celeste.

domenica 20 novembre 2016

CRISTO RE DELL’UNIVERSO

crocifissione
” Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23,42)
Non poteva che concludersi così l’anno della misericordia, il giubileo straordinario indetto da papa Francesco, perchè ci riconciliassimo con Dio, del quale ci eravamo fatta un’immagine sbagliata.
E’ incredibile come i Cristiani vivano così divisi, separati gli uni dagli altri, ognuno con il suo credo, la sua verità.
Capiamo quello che vogliamo capire, ascoltiamo quello che ci piace, ci turiamo le orecchie a quello che ci turba, ci rimette in discussione.
A chiacchiere tutti siamo capaci di affermare che Dio è amore, che è morto e risorto per noi.
In ogni Eucaristia proclamiamo la sua morte e annunciamo la sua resurrezione in attesa della sua venuta.
Ma quanto ci sentiamo coinvolti dalla sua morte, quanti vivono gli effetti del suo sacrificio?
“Venga il tuo regno” diciamo nel Padre nostro, preghiera che ci accomuna a tutti quelli che vogliono vivere alla sequela di Cristo.
Ma cosa s’intenda per il suo regno siamo lontani dal capirlo.
” L’uomo crede di essere Dio, ma non è Dio”.
E oggi lo vediamo chi è Dio, inchiodato alla croce, il suo trono di gloria, un trono che ci sconcerta e ci interroga.
” Bisogna rinascere dall’alto” disse Gesù a Nicodemo.
E oggi la festa di Cristo Re dell’Universo coincide con la chiusura della porta santa a Roma, l’ultima a chiudersi su questo anno ricco di benedizioni.
Porte aperte e porte chiuse, gente che ha fatto in tempo a lucrare delle indulgenze, ne ha approfittato per lucrarle per se stesso, per i suoi cari e per illustri sconosciuti, figli di Dio, fratelli in Gesù.
E poi ci sono quelli che come me non ci sono riusciti, per le barriere architettoniche del tempio della chiesa di mattoni e di carne, la propria, che si chiedono se la misericordia di Dio ha un inizio e una fine.
Ma dov’è la porta, l’unica porta che ci garantisce di poter oggi come il ladrone entrare con Lui in paradiso?
L’immagine che oggi campeggia in tutte le chiese è il Crocifisso, un Dio fatto uomo per servire e donarsi a tutti quelli che riescono a risalire il fiume di grazia di quell’acqua e quel sangue che sgorga dal suo costato.
Bisogna entrare in quel piccolo foro, la PORTA SANTA che ci immerge nell’oceano della sua misericordia.
Ma per decidere il santo viaggio, per affrontare gli inevitabili ripensamenti che ci distolgono dalla meta, ci dobbiamo sentire tutti un po’ ladroni, perchè chi non ha usato i beni gratuitamente elargiti da Dio, affidatici in custodia per fini personali, lontani dallo spirito evangelico dell’amore e della condivisone e della custodia di ciò che purtroppo abbiamo dato il più delle volte per scontato?
Quella porta è sempre aperta per chiunque si riconosca debitore e sia disposto a salire sulla croce e con Lui servire e morire per condividere il regno, essere il regno.
E’ arrivato il momento di diventare noi, porta di speranza, attingendo da Lui la capacità di tenere aperte le braccia al mondo dicendo : ” Mi fido di te. Ti mostro il cuore, la mia parte più vulnerabile. ”
Solo Lui può trasformare le nostre croci in porte di paradiso.

sabato 19 novembre 2016

Morte e vita



" Dio non è dei morti ma dei viventi"( Lc 20,38)

Sono qui, in questa casa immersa nel silenzio, seduta sulla mia solita sedia, la mia abituale dimora, testimone di gioie e dolori, mia seconda pelle, da qualche mese.
A me non piace stare ferma, nè stare seduta. Mi piaceva camminare, muovermi, cambiare posizione, curiosa di sperimentare il mondo, la vita da tutte le sue angolazioni.
Non mi ero mai posta il problema che potesse arrivare il giorno in cui non mi sarebbe più stato consentito spostarmi più di tanto.
Quando accadde che fui costretta a fermarmi la prima volta, 40 anni fa, non dubitai che sarebbe tornato il tempo in cui potevo decidere autonomamente cosa fare e dove andare.
I rimedi purtroppo mostrarono i loro limiti, man mano che procedevo nei viaggi della speranza in cui investivo tutti i miei sogni.
Per me la resurrezione allora era stare in piedi o anche seduta, purchè potessi liberamente decidere dove andare.
La vita è beffarda, si prende gioco di noi e ogni volta che pensavo di aver trovato un rimedio, un lasciapassare per tornare a stare con i vivi la mazzata ancora più grande, la delusione  di constatare che volere non è potere.
Così  mi sono costruita cucce sempre più piccole in cui ho portato tutto quello che mi poteva servire nei tempi diventati interminabili del dolore e della disabilità.
Non c'è dubbio che in questo percorso di ridimensionamento da quando il mondo ce l'avevo in mano, ho dovuto fare tante rinunce, molto sofferte e dolorose, ma necessarie.
Il Signore ha bussato alla mia porta per molto tempo, ma per convincermi che avevo bisogno di Lui ci sono voluti anni, molti anni, perchè la presunzione di farcela da sola era dura a morire.
Sedici anni fa  gli ho aperto la porta, senza pensare chi fosse, con chi avevo a che fare.
La solitudine mi spinse a quel gesto quando già vivevo con le chiavi attaccate alla porta in attesa che venisse qualcuno.
Non pensai che quell'ospite era speciale e mi avrebbe cambiato la vita.
Il silenzio da nemico è diventato amico, perchè mi permetteva di ascoltare la sua voce, appassionarmi alle sue soluzioni, ai suoi messaggi di vita.
 E da allora non posso più vivere senza di Lui, senza la Sua Parola che per paura di dimenticarla, mi porto dietro, racchiusa nella piccola Bibbia rossa che in occasione di una data importante mi sono fatta comprare da Gianni al posto dei costosi monili che in passato  era scontato mi regalasse.
Grazie a lei mi sento viva, con lei ho affrontato momenti molto difficili, riconsegne dolorosissime, grazie a lei sono ancora nella terra dei viventi, anche se mi sento smarrita.
Ci sono momenti di morte, che non vorremmo sperimentare, momenti in cui ti viene chiesto non solo la tunica, ma anche il mantello, momenti in cui senti che il Signore vuole che tutto, proprio tutto tu riconsegni nelle sue mani....e hai paura, tanta paura.
Non ci si abitua a morire purtroppo, nè la preghiera è una medicina a effetto istantaneo.
La fede è ......a rilascio prolungato, come è scritto sulla confezione della medicina che avrebbe dovuto abbattere tutti i miei dolori.
Ma così non è stato per i dolori.
La fede potrà, oggi mi chiedo, supportare quest'ennesima delusione?
Potrà traghettarmi nell'oltre senza che io senta lo smarrimento, il panico, la paura di lasciare il certo per l'incerto?
Oggi che il vangelo parla di resurrezione mi chiedo fino a che punto credo che il mio Dio è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe.
Mi chiedo se credo alla resurrezione dei morti o questo è un argomento che affronterò quando sarà ora.
Non posso vivere in questo dubbio, in questo tormento, ho bisogno oggi di sapere in cosa consista non tanto il risorgere, quanto il rimanere vivi.
Non voglio pensare che la vita si spezzi, che ci sia una divisione tra il prima e il dopo.
Questa idea mi fa impazzire.
Penso a Gesù, alla sua presenza costante nella mia vita, penso che la mia fede è basata su Cristo morto e risorto e che Dio non è dei morti ma dei vienti.
Mi basta?
Vorrei tanto trovare consolazione dalle parole della Scrittura, ripescare nel mio sacco gli "scintillanti" che me lo hanno reso presente, tangibile, in tanti momenti scuri della mia vita, vorrei vedere, gustare, ubriacarmi della bellezza di un trasalimento dell'anima, quando avverti che la Sua vita scorre nelle tue vene e nelle vene dell'universo.
Mi perdo in questo caldo e tenero abbraccio del Padre che mi ha generato e che non mi lascia sola....sento che c'è un velo che deve essere ancora alzato perchè possa godere per sempre della Sua presenza... il sangue ha ripreso a scorrere nelle vene, linfa di Cristo che arriva fino al più piccolo tralcio.
E la gioia esploderà, quando tutte le anfore saranno riempite del vino della gioia, nella contemplazione di un amore senza tramonto.

mercoledì 16 novembre 2016

La porta

“ Ecco, una porta era aperta nel cielo.”(Ap 4,1)
Ha cominciato così, l’omelia don Ermete che predilige sempre commentare la prima lettura dove trova compimento ciò che nel Vangelo è annunciato.
Il Vangelo è il catechismo che ci è arrivato, la vita di Gesù raccontata da quelli che furono testimoni della morte e resurrezione di Gesù.
Non mi sembra che lo fu San Luca e neanche San Marco, ma se la veridicità del vangelo dipendesse dall’essere stati suoi contemporanei allora cadremmo nella più grande confusione.
Lo Spirito Santo soffiò allora e continua a soffiare sui testimoni della Parola di Dio.
Questo è certo.
Certo è anche che noi abbiamo come punto di riferimento i santi che la liturgia non dimentica di ricordare che ci parlano con la loro vita straordinaria di cose straordinarie da essi compiute.
Il papa ha detto che essere santi non è poi così difficile, senza fare gli eroi.
Basta solo vivere con Cristo la nostra quotidiana battaglia.
Certo, ha detto don Ermete, gli sarebbe piaciuto avere i carismi di San Francesco, ma lui, quando sente freddo non si scopre il petto e si corica per terra, ma accende il termosifone, come anche, se fa freddo in inverno, indossa il cappotto.
Ognuno da a Dio quello che può e sa dare.
Dio dà a tutti una mina.
A differenza di Matteo, Luca dice che dà una moneta ad ognuno dei dieci servi.
Dio non fa preferenze, né quando affida il compito di occuparsi dei suoi affari, né quando poi retribuisce gli operai dell’ultima ora, perchè i figli sono figli e, se uno nasce dopo o è meno capace intelligente o sfortunato rispetto ad un altro, riceve l’eredità in egual misura dei fratelli più dotati.
Chissà perchè sto facendo questo discorso, forse perchè mi ha colpito quella porta in cielo aperta che don Ermete si è augurato sia aperta anche per noi , che non siamo capaci di fare grandi rinunce, ma che cerchiamo di amare e di perdonare come Gesù ci ha insegnato.
Amare tutti, anche quelli che nel fazzoletto tengono nascosta la mina, cercando di portare ogni uomo a desiderare di metterla in circolo perchè tutti collaboriamo alla costruzione del regno di Dio.

giovedì 10 novembre 2016

IL REGNO DI DIO

MEDITAZIONI sulla liturgia
di giovedì della XXXII settimana del T.O. anno pari
letture: Fm 7-20; Sal 145/146; Lc 17,20-25
"Il bene che fai non sia forzato, ma volontario" (Fm 7,14)
Oggi la liturgia ci fa riflettere su cosa sia il regno di Dio, del quale abbiamo qualche idea , ma almeno io , spesso confusa.
Nel Padre nostro, Gesù ci invita a chiedere al Padre che venga il suo regno.
Noi nella nostra vita chissà quante volte abbiamo recitato la preghiera che ci ha insegnato Gesù, senza renderci conto di ciò che chiedevamo.
Molto spesso associamo la venuta del regno con la realizzazione dei nostri desideri, con l'esaudimento delle nostre preghiere di liberazione, di guarigione ecc ecc .
Forse , anzi sicuramente è una delle preghiere che ci hanno insegnato da piccoli insieme all'Avemaria e All'angelo di Dio.
Nella messa domenicale è d'obbligo dopo la consacrazione eucaristica.
Ma se penso a me, mi fermo più sull'ultima parte che sulla prima, quella dove si dice" Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori" e ogni volta penso che quel "come" io lo abolirei, perchè se Dio mi trattasse come io tratto gli altri, certo la mia sorte sarebbe segnata.
Ma il Padrenostro comincia proprio con presentarci il regno come la cosa più importante da chiedere.
Ma cos'è il regno di Dio? Dove sta? Quando verrà?. Si vede, si tocca?
Oggi la prima lettura ci parla di un atto di estrema liberalità, di un rapporto non formale, ma sostanziale con persone che in comune non hanno titoli, beni , fama, condizione sociale, prestigio, ma hanno Cristo nel cuore.
La lettera di Paolo ad Filemone, il padrone di Onesimo , lo schiavo fuggito a Roma e convertitosi al Cristianesimo, è una lettera dettata da sentimenti profondi di carità, di amore, di liberalità, di fiducia, di gratitudine, di pace.
Nella lettera respiriamo leggendole il soffio dello Spirito, ciò che invisibilmente tocca sfiorando tutti gli innamorati di Dio.
Nella lettera è illustrato non un luogo, non un tempo, ma una relazione nuova basata non sul dovere ma sulla scelta libera di aderire ad un progetto d'amore.
Il regno di Dio è forse questa adesione a vivere nella libertà di figli di un unico padre, una libertà che ti porta a fare cose incomprensibili per il mondo ma infinitamente appaganti per chi sta dentro, chi ha come unico ed eterno riferimento Gesù.
Il regno di Dio quindi è una condizione, uno stato di dipendenza e di libertà, termini che per il mondo sono contrapposti, ma che il Signore nostro Gesù Cristo è venuto a conciliare sì da farne le facce di un unica medaglia.
Dipendenza e libertà sono per il mondo completamente opposte l'una all'altra.
Siamo creature, imperfette; come i bambini non possiamo fare nulla da soli, abbiamo bisogno di chi si prenda cura di noi, altrimenti moriremmo.
La nostra incompletezza, i nostri limiti mettono in evidenza l'amore di chi ci nutre, ci guida, ci aiuta a diventare grandi, autonomi, autosufficienti.
Ma se il diventare grandi nella nostra economia significa poter dimenticare chi si è preso cura di noi e metterlo in un ospizio quando non serve a niente, nell'economia di Dio il diventate grandi, significa essere in grado di prendersi cura gli uni degli altri, non per dovere, ma per amore.
Il regno di Dio è quando si instaurano all'interno della comunità umana rapporti, relazioni di gratuità totale, come se tutti fossero nostri figli, come figli siamo stati e continuiamo ad essere nei confronti di Dio.
Quando viviamo il regno di Dio, viviamo l'amore gratuito e scambievole, viviamo relazioni feconde e felici, viviamo la pace che tanto manca a questo mondo che si vuole svincolare da Dio e vuole ridurre in schiavitù gli uomini.
Allora oggi con più consapevolezza, forza, fede chiediamo al Signore" venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra"
Chissà perchè mi viene in mente l'immagine dell'arcobaleno che, lungo la strada di ritorno dall'ultimo viaggio fatto, invano abbiamo cercato di catturare con la macchinetta fotografica, che congiungeva il cielo alla terra, partendo da una polla d'acqua su cui il sole si specchiava e dopo essere salita in alto toccava un'altra polla d'acqua qui su questa terra.
Il regno di Dio è come quell'arcobaleno che non si lasciava prendere, ma era possibile solo se due pozze d'acqua lasciavano che il sole vi affondasse i suoi raggi.

martedì 8 novembre 2016

Il prezzo

Image for Popolo mio che male ti ho fatto?
" Egli ha dato se stesso per noi"(Tt 2,14) 
Mi ha fatto bene trovare scritta sul calendario liturgico, quando ho alzato la serranda e ho fatto entrare la luce, questa parola, una parola che mi è sfuggita, al bagliore malfermo di una notte tormentata in cui ho cercato rifugio nella Parola di Dio.
Il brano in cui è inserita la frase è tratto dalla lettera in cui San Paolo esorta Tito a insegnare la sana dottrina ai vecchi, alle donne anziane perchè insegnino il bene ai mariti, alle mogli, ai figli, la insegni ai giovani, offrendo se stesso come esempio.
Con tutta onestà ho pensato che erano cose che non mi riguardavano e che avevo bisogno di altro in quel momento, in questi momenti in cui mi sento schiacciata dalla potenza, dalla grandezza, dall'insondabilità del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, il mio Dio che oggi mi parla di servi inutili, quando davanti ho solo il buio, la fine, l'attesa muta e imbavagliata da un dolore che non si vede.
La vita mi ha tolto tutto, anche la speranza che torni la gioia a brillare sul mio viso, la gioia di averlo incontrato, la gioia di essere chiamata, scelta a servirlo e a testimoniarlo.
E arriva il momento che, se ti guardi indietro, vedi solo l'instancabile fatica a ricostruire la tua casa, a cambiare casa, chiudere i buchi, tamponare le crepe, mascherare, nascondere l'usura del tempo e le conseguenze della cattiva manutenzione, una casa piena di toppe mi viene da dire, di trucchi, di arrangiamenti per renderla accogliente, gradevole, calda.
Mi sono sempre sentita brava a trovare rimedi a tutto, a farmi piacere le cose anche quando le avrei vomitate, a rendere comodo un posto scomodo, a esibire la mia bravura nel trarre dal fallimento, dall'errore sempre qualcosa di buono.
La conversione aveva solo dirottato il merito al Signore, al suo aiuto, alla sua infaticabile opera di fare nuove tutte le cose.
Poi arriva il terremoto. Un terremoto distruttivo.
Amatrice è una città che non conoscevo se non per un piatto famoso.
Il terremoto ha interessato anche altre città, ma la TV, i giornali e tutti i mezzi di comunicazione ci mostrano sempre, per non farcele dimenticare le immagini della distruzione totale di questa città.
E io mi sentivo come Amatrice, un paese terremotato, un paese dove non era rimasto più nulla su cui investire, nulla da usare, nulla di nulla.
Un paese dove la vita di tanti si è spenta e dove non si può neanche entrare per piangere, per urlare, per pregare.
La vita è da un'altra parte e non mi appartiene.
Il dolore mi scassa le ossa...
I rimedi dove cercarli ?
Sono stati consultati tutti i periti, eseguiti tutti gli accertamenti, fatte le cure del caso, fatta la diagnosi del " non possumus".
Ora bisogna aspettare.
Dio grande, Dio Onnipotente, Essere perfettissimo Creatore e Signore del cielo e della terra mi sta di fronte.
Mi tornano in mente le parole di un Salmo " Chi è l'uomo perchè te ne curi, chi è l'uomo perchè te ne ricordi?"... il resto è confuso nella mia mente.
Guardo me, piccola, polvere sulla sua bilancia, e mi sento sopraffatta di fronte a LUI.
" Ti conoscevo per sentito dire!" parlo e prego con le parole di Giobbe.
"Chi è l'uomo perchè te ne curi, chi è l'uomo perchè te ne ricordi?.. Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli di gloria e di onore lo hai coronato, tutto hai messo ai suoi piedi".
Strano che mi siano venute in mente anche le altre parole.
" Egli ha dato se stesso per noi"
Il granello di senapa germoglia e fa capolino tra le rovine.




domenica 6 novembre 2016

476ad-pregare
"Il Signore guidi i vostri cuori all'amore di Dio" ( 2 TS 3,5)
Come vorrei che queste parole si avverassero, per me, per tutti quelli che sono nella prova, nella sofferenza, nel buio della notte!
Quando non hai più niente a cui aggrapparti, nessuna soluzione umana ai tuoi problemi, quando il cammino ti ha sfiancato e il deserto diventa sempre più inospitale e hai sete, hai fame, hai freddo, hai paura...
Il cuore si smarrisce quando la paura prende il sopravvento, quando la paura diventa panico perchè il luogo in cui ti stai inoltrando non lo conosci e lo temi.
Temi la tua incapacità di fronteggiare altre prove, temi di essere lasciata sola a combattere con gli sciacalli della notte, con gli avvoltoi che bramano di divorare la tua carne.
Li senti i loro morsi profondi, i loro denti aguzzi che ti fanno male, tanto male e non hai armi con cui difenderti.
Nella notte il tuo grido sale a Dio perchè intervenga a fermare la mano iniqua del grande accusatore, che venga in tuo aiuto e si chini sulle tue ferite, che ti consoli, ti prenda in braccio e ti porti lontano dai luoghi della perdizione.
"Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l'aiuto. il mio aiuto viene dal Signore, egli ha fatto cielo e terra."
Continuo a sperare anche se non mi risponde, anche se le parole mi tornano come eco alle orecchie.
Ci sono momenti in cui la tua nudità ti sgomenta, i tuoi crolli ripetuti nel tempo da tante scosse di terremoto hanno reso inagibile la tua casa, il tuo paese, i luoghi degli incontri e della memoria.
Davanti hai un accumulo disordinato di macerie dove non è possibile neanche avvicinarsi per recuperare qualcosa che ti è appartenuto, che ti è caro, che ti serve,
Devi lasciare la tua terra come Abramo e andare incontro ad un futuro pieno di incognite.
Prego con le parole del Salmo 16
Ascolta, Signore, la mia giusta causa,
sii attento al mio grido.
Porgi l’orecchio alla mia preghiera:
sulle mie labbra non c’è inganno.
Tieni saldi i miei passi sulle tue vie
e i miei piedi non vacilleranno.
Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio;
tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole.
Custodiscimi come pupilla degli occhi,
all’ombra delle tue ali nascondimi,
io nella giustizia contemplerò il tuo volto,
al risveglio mi sazierò della tua immagine.
Voglio credere che la terra che mi sono lasciata alle spalle non è migliore di quella che il Signore ha in serbo per me.
La terra della condivisione, della comunione, della compresenza, della sussidiarietà, della gratuità non la conosci se non hai perso tutto, se non hai riconsegnato tutto nelle sue mani, se non ti volti indietro mentre lasci ciò che ti appesantiva le braccia e ti ostacolava il cammino.
Ti aspetta una terra di libertà, di condivisione, di gioia e di dolore, di morte e di vita che si abbracciano e si toccano e cantano la poesia, la bellezza, la potenza del Suo Amore.

giovedì 3 novembre 2016

La gioia


ad054-ges25c325b92bpane2bdi2bvita
” Ci vantiamo in Cristo Gesù”(Fil 3,3)
Così dice San Paolo guardando la sua vita un tempo basata sui meriti acquisiti dalle opere buone, dall’osservanza ai precetti della legge.
Quante volte ci sentiamo a posto con la coscienza davanti a Dio perchè obbediamo a tutti i comandamenti e ci facciamo i fatti nostri senza far male a nessuno!
Ci vengono invece facilmente in mente i peccati degli altri e purtroppo anche la non premura di Dio nei nostri confronti.
Senza avere il coraggio di ammetterlo il grande imputato è lui che permette che accadano a noi per primi e poi ad altra povera gente eventi sconvolgenti e incomprensibili di cui non ci sentiamo responsabili se non in minima parte.
Quando andiamo a confessarci quindi ci riesce difficile individuare peccati di cui pentirci e spesso, almeno a me capita, finiamo per confessare la presunzione di non peccare, di sentirci ok.
San Paolo ci invita a riflettere su ciò che conta, su ciò che serve per affrontare i piccoli e grandi terremoti della vita.
Certo che quando ci succede qualcosa è inevitabile rivolgersi a chi solo può salvarci, ma passata la paura, il grido diventa rabbia repressa verso la stessa persona a cui all’inizio abbiamo chiesto aiuto.
E’ in quei momenti che rivendichiamo i nostri meriti e pretendiamo la giusta retribuzione senza dover aspettare.
” Chi si vanta si vanti nel Signore” dice l’apostolo.
Com’è difficile vivere questa parola quando la prova ci schiaccia e non vediamo nessuna luce!
Quando è difficile lodare, benedire e ringraziare il Signore nei momenti oscuri della vita, nella prova che connota la nostra quotidianità da anni.
Il sorriso, la gioia si spegne sul nostro viso e subentra la rassegnazione nell’attesa che la morte ci liberi da una vita siffatta.
” La gioia è il distintivo del cristiano” ho letto da qualche parte e mi chiedo quanto io sia portatrice di gioia per i miei fratelli.
Forse è questo il mio più grande peccato. Non credere che Dio mi stia cercando, che non abbia mai smesso di farlo, che devo farmi trovare non nelle mie buone azioni, ma nella mia fragilità, nei miei dubbi, nei miei fallimenti, nel non essere ok, brava ai miei occhi e a quelli di un dio a mia immagine e somiglianza.
Dio vuole solo che mi fidi di Lui, che chiuda gli occhi e mi butti nelle sue braccia, senza guardare l’abisso che mi separa, perchè mi torni il sorriso e smetta di avere paura.
Oggi i Vangelo ci parla di gioia.
Gioia: frutto di una ricerca, di un cammino.
Nostro e di Dio.
La ricerca dell’uomo comporta un impegno a spazzare la propria casa, permettendogli di illuminarla con la sua Parola.
La cosa più consolante è che il primo a mettersi in cammino, è Lui, perchè siamo Suoi figli e ci ama.
La sua gioia è grande, quando riesce a trarci in salvo.
La sua gioia diventa la nostra, quando ci sentiamo al sicuro nelle sue braccia.
Come recita il Salmo 110 Chi cerca il Signore troverà la gioia.
La motivazione che anche oggi si porta avanti, per giustificare l’essere credenti non praticanti,è che la Chiesa è piena di peccatori.
Si preferisce stare alla larga da chi predica bene e razzola male, stabilendo un rapporto virtuale e non virtuoso con un Dio fatto a nostra immagine e somiglianza, giudice inclemente delle altrui debolezze.
Per le nostre ci confessiamo direttamente con Lui e ci prendiamo l’assoluzione.
Signore il tuo volto io cerco, non nascondermi il tuo volto.(dal Salmo 27)

lunedì 31 ottobre 2016

Gratitudine

82de3-eucaristia1
” Non agite per vanagloria”(Fil 2,3)
Le letture di oggi ci parlano di amore, dell’amore che non aspetta il ricambio.
Quando invitate qualcuno, dice Gesù, non invitate quelli che poi possono invitarvi a loro volta per affetto o per dovere, ma invitate zoppi, ciechi,storpi, tutti quelli che in cambio non hanno niente da darvi se non la loro presenza.
Ricordo una volta, l’ennesima che mi lamentavo con mio marito, perchè quando mangiava quello che gli avevo preparato, con fatica, con passione, con amore, sottraendo il tempo ad altre faccende, non mi diceva mai grazie, nè mostrava gradimento alcuno, nè diceva se gli piaceva, non gli piaceva, se il cibo era migliore o peggiore del giorno precedente.
Niente. Silenzio assoluto.
A volte pensavo che anche se fosse stata spazzatura lui l’avrebbe mangiata, senza fiatare, come accadde quando in montagna lo trovammo con la testa dentro il contenitore degli avanzi destinati ai cani.
Ma Gianni è sempre stato così: se una cosa è buona la divora perchè gli piace, se fa schifo la mangia veloce così finisce prima.
Un giorno mi venne in mente che non potevo passare il mio tempo ad aspettare che mi ringraziasse, così ho pregato:”Grazie Signore perchè mi dai chi mangia le cose che cucino, perchè mi fai vivere nell’attesa che qualcuno ritorni, grazie perchè dai un senso alla mia fatica”.
Con la gratitudine avevo già fatto un percorso lungo e doloroso, tutto il tempo che i rapporti con mio fratello si deteriorarono a causa dei grazie che non mi diceva, quando gli portavo il regalo per il suo compleanno.
La cosa arrivò a pesarmi a tal punto che smisi di fargli gli auguri il 5 gennaio, data della sua nascita, e da allora smisi anche di frequentare la sua casa come del resto già aveva cominciato a fare lui
con la mia.
Fu proprio quell’esperienza di non risposte che in un primo tempo ci inaridì il cuore, ma poi arrivò il Signore grande e misericordioso a caricarci sul suo giumento.
Quando si ammalò in modo irreversibile,
Gesù si prese cura di lui e attraverso di lui curò anche me.
L’ultima cosa che mio fratello comprò, nell’ultima sua uscita, fu una sedia per farmi stare più comoda quando l’andavo a trovare.
Dopo che io avevo capito che il mio dono era lo stargli accanto senza aspettare i suoi grazie, morì.
Ma il 5 gennaio dell’anno dopo fu proprio l’esigenza di cercare una sedia per sedermi che mi aprì le porte della Sua chiesa.
Mio fratello, nella sua malattia che lo convertì al Signore, aveva capito che avevo bisogno di incontrare Gesù, di sentire il Suo abbraccio mentre seduta ascoltavo la Sua voce.
Le letture che oggi la liturgia ci propone mi ricordano episodi della mia vita che non avrei apprezzato se non mi fossi messa a sedere perchè anche io mangiassi di quei pani e di quei pesci che Gesù moltiplicò per le folle che lo seguivano.

domenica 30 ottobre 2016

Zaccheo



” Zaccheo scendi subito, oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,5)
Quanti si scandalizzano di te Signore, perchè non ti formalizzi e non segui le idee dei benpensanti, ti mischi a prostitute e peccatori, mangi con loro e si può dire che li preferisci.
A volte per sentirmi più vicino a te cerco di farmi un esame di coscienza più accurato per scoprirmi più indegna, più peccatrice sì che anche io goda del vitello grasso, dell’abbraccio che riservi la pecora smarrita, al figliol prodigo, a tutti quelli che si allontanano da te.
Lo so Signore che non è giusto pensare che tu voglia più bene ai peccatori, che a loro riservi la tua tenerezza, la tua compassione, il privilegio di stare più vicini al tuo cuore.
Ma la sindrome del fratello maggiore che vive nella tua casa e che gode ogni giorno dei tuoi beni spesso mi prende, perchè mi sento scontata e dimenticata da te e dal mondo, come accadeva quando ero piccola e mamma si prodigava maggiormente per i miei fratelli che erano più bisognosi di cure e di attenzione, perchè malati, ribelli o semplicemente svogliati.
La tua tenerezza si spande su tutte le tue creature è scritto, ma io la sento maggiormente quando riesco a riconoscermi piccola, peccatrice e bisognosa di aiuto.
Oggi mi ha commosso la figura di Zaccheo, nella quale c’ è tanto della mia storia alla ricerca di te, confuso tra tanti dei a cui volevo dare il mio incenso.
Per anni ho cercato di vedere chi eri, mi sono arrampicata su tanti sicomori per essere certa di non sbagliarmi, ma mai avrei pensato che tu mi stessi cercando e mi facessi scendere dal piedistallo che mi ero costruita per entrare in un intima comunione con me.
Perchè io ti cercavo salendo e invece dovevo scendere lì dove tu ti sei incarnato, nella nostra casa umile e maleodorante stalla, senza schifarti dei nostri escrementi, e ti sei seduto a tavola con noi.
Tra poco sarà Natale, la festa più amata dai bambini perchè un bambinello fa tenerezza, e viene voglia di coprirlo con una copertina come desiderò fare Giovanni quando dopo averti toccato nel presepe della chiesa sentì quanto eri gelato.
La copertina man mano che cresciamo diventa una coperta tanto grande da nasconderti completamente ai nostri occhi.
L’inferno è lastricato di buone intenzioni diceva mio padre.
E in effetti in genere finiamo persino di dimenticarci dove ti abbiamo messo come mi è capitato per tanti anni che puntualmente non ritrovavo le statuine del presepe.
Ma se il bambinello si ripone in cantina finite le feste, una croce piccola o grande ce la portiamo sempre sopra le spalle anche se invisibile agli altri.
Tu l’abitudine a sceglierti posti scomodi, abitazioni non in ordine, luoghi malfamati e schivati dai benpensanti non te la sei tolta.
Perciò questa mattina ti chiedo di fermarti a casa mia e di rimanerci.
Ti offro la mia piccola fede, il mio orgoglio, le mie paure, le persone e le cose a cui sono attaccata, il mio piccolo amore perchè tu lo immerga nel tuo sangue preziosissimo e diventi grande come il tuo.
Così smetterò di perderti come le statuine del presepe a Natale, abbracciando la croce.

sabato 29 ottobre 2016

Umiltà

ad054-ges25c325b92bpane2bdi2bvita
Luca 14,1.7-11 – Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.
Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Oggi il Vangelo ci fa riflettere sull’umiltà che spesso pensiamo si esaurisca nel riconoscerci piccoli, limitati, inadeguati, di fronte a Dio.
Non ci vuole molto ad ammettere che Dio è più grande, più bravo più buono, più capace di noi.
Il difficile viene quando dobbiamo riconoscere che il nostro fratello è migliore di noi

venerdì 28 ottobre 2016

Prova

0a88a-foto_cervi_378

” Da Lui usciva una forza che guariva tutti” ((Lc 6,19)
Mi piacerebbe approfittarne, accorrere come la gente del vangelo per ascoltarti ed essere guarita.
Guarivi tutti, c’è scritto.
Bastava toccarti.
Ma io sono qui, ancorata ad una sedia, con tanta stanchezza sulle spalle, alla fine di una giornata di servizio alla famiglia e di ricerca di un antidoto a tanto dolore.
La notte è stata lunga, buia e tormentata. Il corpo straziato dalle corde impazzite dei nervi non ha trovato riposo.
Il rosario avvolto sul braccio è rimasto come segno di una fede paralizzata nell’attesa che tutto finisse. La vita, non il dolore.
Tu Signore di notte ti ritiravi a pregare, prima di prendere qualsiasi decisione, pregavi per chiedere consiglio, per ringraziare, per benedire, per comunicare gioie e dolori di una vita donata a Dio Padre e agli uomini, anche a quelli che ti hanno tradito e continuano a farlo ancora oggi con più tenacia, perversione, malignità.
Hai pregato specialmente quando hai sentito l’impotenza della tua natura umana, la fragilità del tuo corpo, lo smarrimento dello spirito, hai sudato sangue nell’Orto degli Ulivi, mentre i tuoi più intimi amici dormivano.
Tu Signore eri certo che Dio ti stava ascoltando e hai detto, nel momento supremo “Dio mio, Dio mio perchè mi hai abbandonato?”
Anche io questa notte l’ho detto. E’ l’unica preghiera che ho fatto. Non c’erano altre parole che potessi rivolgerti nel vuoto e nel buio di un’angoscia senza fine.
Tante volte ti ho benedetto, lodato e ringraziato, tante volte la tua parola è stata un balsamo per suscitare in me altre parole di vita. Il senso a tante notti passate insonni ormai da 40 anni l’ha dato la preghiera, la meditazione su quanto tu mi suggerivi giorno per giorno.
Questa notte, nel deserto,nel buio, nel tempo fermo sul dolore con un corpo che non sentivo più appartenermi, preda di uccelli rapaci e di bestie avide di preda cosa potevo dirti che già non ti avevo detto? Cosa chiederti che non ti abbia già chiesto e che tu conosci meglio di me?
Mi hai lasciato senza parole, senza strumenti per dirti ancora sì.
Hai permesso che di me facessero scempio le bestie feroci, hai permesso che mi fosse tolta anche la speranza di morire al più presto per porre fine al martirio.
Ora sono qui a chiedermi dove ho sbagliato, perchè non sono riuscita a toccare il tuo mantello.

martedì 25 ottobre 2016

Regno di Dio

“E voi mariti amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa.” (Ef 2,25)
“Il regno di Dio è simile a un granellino di senapa.” (Lc 13,19)
E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza. (Gn 1,26)
E Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò:
maschio e femmina li creò.”(Gn 1,27)
Non è un caso che per indicare il regno di Dio, il passo sull’amore coniugale sia accostato a quello che parla del granello di senapa che moltiplica il suo volume.
Dio ha affidato alla coppia, all’amore tra due diversi di somigliargli, di mostrare il suo volto, per renderlo visibile agli occhi degli uomini.
Chi fa crescere il granello di senapa? Chi dà a questo minuscolo seme la forza propulsiva per diventare grande arbusto sui cui rami si posano gli uccelli del cielo?
Entrambi i passi ci portano a riflettere sul miracolo della vita che sboccia quando è collegata a Dio.
Non c’è matrimonio che sopravviva senza l’amore donato da Dio, il sole, la luce, l’acqua, il vento della relazione tra uomo e donna.
Non c’è seme che germogli e cresca senza che dal cielo gli arrivi il nutrimento.
Qualunque pianta ha bisogno del lavoro, della perseveranza, della cura dell’uomo che collabora con il contadino del cielo a farla sviluppare perchè porti frutto.
La stessa cosa avviene nella coppia che decide di consacrare il proprio amore.
L’amore è il seme umano che con la grazia di Cristo si trasforma in un legame indissolubile fondato sulla roccia. “Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde. (Mt 7,25)
Se vogliamo che il regno di Dio, (l’amore, la vita) si realizzi qui su questa terra dobbiamo insegnare ai nostri figli a fare la pace perchè l’arcobaleno dell’alleanza non tramonti mai sul nostro orizzonte.
Grazie Signore del tuo amore che dispensi a piene mani su questa terra, grazie perchè non ti stanchi di seminare il bene sulle strade contorte dell’amore umano, grazie perchè quando non ce l’aspettiamo scorgiamo germogli da semi che non abbiamo piantato.

lunedì 24 ottobre 2016

Carità

cbf37-lavanda2bdei2bpiedi
“Camminate nella carità”(Ef 5,2)
Certo che non finiremo mai di imparare i confini della carità, perchè la carità è un oceano che non si può misurare e anche quando ti sembra di averlo tutto scandagliato, c’è sempre un temporale, un tifone o qualche altro sconvolgimento atmosferico che ne aumenta la dimensione o anche, perchè no?ne diminuisce la portata.
La carità di Dio è infinita e infinite sono le gocce dell’acqua contenute nell’oceano, nell’aria, nelle piante, negli esseri viventi.
La verità è che non ne possiamo essere padroni, ma solo usarla perchè è il nostro elemento vitale. Pare che all’inizio noi fossimo animali di acqua e solo in un secondo tempo siamo diventati terrestri, vale a dire abbiamo respirato non con le branchie ma con i polmoni, e siamo quindi divenuti dipendenti dall’aria, anche se non abbiamo potuto cancellare la nostra primigenia, originaria esigenza di acqua.
Animali di terra dipendiamo dall’acqua, perchè siamo fatti di acqua in massima percentuale e la morte sopravviene per la sete più che per la fame.
Gesù non a caso ci ha dato dalla croce un rifornimento continuo che ci permette di non morire di sete, solo se lo vogliamo.
Ma quell’acqua che è uscita dal suo costato è mista a sangue, vale a dire che per amare non basta solo sacrificarsi, ma morire, versare il sangue.
La carità non abbia finzioni, dice san Paolo, ma è che noi spesso non ci rendiamo conto che la nostra è carità pelosa, ingannevole, non volta al bene dell’altro, ma al nostro tornaconto.
Perciò oggi leggiamo e meditiamo questa parola: “Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore.”( Ef 5,2)
Ringrazio il Signore che mi ha dato consiglio e che mi istruisce ogni giorno.
La perfezione della carità non la raggiunsero, forse neanche i santi in tutti i momenti della loro vita. Non so se sto dicendo una bestemmia, ma penso che sia difficilissimo su questa terra raggiungere la perfetta conoscenza dell’amore, pechè significherebbe la perfetta conoscenza di Dio.
Mi tranquillizza e mi rallegra il fatto che non dipende da me la possibilità di realizzare la carità perfetta, ma la volontà di raggiungere e realizzare il progetto di Dio sì.
Così confido in Lui che non mi fa neanche desiderare ciò che non è possibile a me oggi, con i miei limiti, ma mi fa essere certa da un lato che Lui provvede a tutti servendosi anche di quella piccola goccia che sono riuscita a trattenere nel cavo della mano, prima che il sole l’asciughi, dall’altro mi fa sperare che un giorno il mare e il cielo potranno riflettersi nel mio cuore, senza peraltro poterli contenere nella loro interezza.
Ma a me cosa importa?
Sentirsi sazi, pieni di te Signore, questo è il mio desiderio e se la mia brocca è troppo piccola dilatala, forgiala sì che aumenti sempre più la misura per accogliere e distribuire il tuo amore.