sabato 14 gennaio 2017

Io sono Tu che mi fai

Image for Un fiore per te



” Io non sono venuto per i giusti ma per i peccatori” (Mc 2,17)

Quante volte ho letto questa parola e ho pensato che non mi riguardasse che invece riguarda quelli che vivono schiavi dei loro giudizi e pregiudizi, che scaricano sugli altri il dovere di essere buoni, bravi giusti, sentendosi esonerati dal rimettersi in discussione.
Ho pensato a tutti quelli che siedono al banco delle imposte per ricevere il tributo dovuto alla propria bontà, bravura, giustizia.
Chissà perchè la parola di Dio sembra sempre rivolta agli altri e pensiamo che Dio per noi è muto, non si interessa ai nostri problemi, non ci consiglia e non ci consola.
Come è accaduto questa mattina dopo l’ennesima notte di dolore, di lotta esasperata con il nemico che mi frantuma le ossa, mi macella la carne.
Ieri sera ho sperimentato come una che si ritiene già nella fossa, incapace di deambulare, di prendersi cura di sè, di provvedere agli altri come sarebbe opportuno e giusto, possa essere utile al progetto di Dio, dandole lingua e sapienza in un incontro di fidanzati, dopo aver detto di sì a Lui, al Suo progetto d’amore.
Se non fosse stato per quella domanda che mi sono posta prima di prepararmi, di decidere di andare nonostante l’ora e il freddo e tutto il resto, sarei rimasta a casa avvoltolata nelle coperte a piangermi addosso, convincendomi che era finita, che mi dovevo rassegnare di essere arrivata al capolinea e che c’è un tempo per ogni cosa e per me il tempo di mettermi in cattedra era finito e che dovevo consegnare il testimone.
“E’ per te Signore? Sei tu che me lo chiedi?” sono le domande che mi sono fatta, dopo essermi convinta che non era il caso di esibire le mie infermità.
Ho sentito nel profondo la sua risposta e ho preso coraggio e mi sono vestita, spogliata di ogni velleità, dell’orgoglio di essere brava, capace, in gamba per quel tipo di incontri.
Non avrei parlato sicuro, non ne avevo la forza, ma la vergogna quella l’ho superata pensando che era il Signore che mi chiamava.
Poi tutto è diventato più semplice e al momento opportuno ho gridato, urlato la gioia del Signore risorto, la vita che nelle vene aveva ricominciato a pulsare come sempre quando parlo di Lui.
E’ l’ennesimo miracolo a cui assisto, di cui faccio esperienza, un miracolo che questa mattina mi ha fatto leggere con un altro spirito le parole scritte sul calendario liturgico.
“Non sono venuto per i giusti ma per i peccatori”
Ho pensato a quando facevo l’insegnante e quanta cura mettevo nel prepararmi.
Curavo il trucco, il vestito, l’atteggiamento, sì che tutto fosse ok per chi mi guardava, ascoltava.
Insegnante del metodo, tutta d’un pezzo, chiara ed efficace, coerente, di bell’aspetto ecc ecc.
Facevano a gara per scriversi alla mia sezione e io ne andavo fiera anche se la malattia mi costringeva a continue e brusche frenate.
Ho continuato a truccarmi anche quando mi hanno messo in pensione, chissà chi dovevo ingannare!
E ieri chi l’avrebbe detto che una povera vecchia handicappata e sofferente, con la mente annebbiata dai farmaci e da tante notti insonni sarebbe stata strumento di grazia nelle mani di Dio…
Così ho pensato che era bello essere sua figlia, sentirsi sua figlia, peccatrice, non ok per il mondo, ma immensamente preziosa ai suoi occhi, un padre che non ti lascia mai sola a combattere le sue battaglie, a portare alto il suo nome fino agli estremi confini della terra.

“Privi di meraviglia, restiamo sordi al sublime” (Luigi Giussani)

mercoledì 11 gennaio 2017

Istruzioni per l’uso

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Gesù gli ordinò severamente.” Taci! esci da lui!”(Mc 1,25)

Perchè Gesù intima al demonio di uscire dalla persona di cui si è impossessato? Sicuramente non perchè l’ha riconosciuto come il santo di Dio, ci mancherebbe. Ma perchè afferma che è venuto a rovinarci.
La persona in questione era tra i devoti e in essa possiamo identificarci senza scandalizzarci.
Quante volte a parole noi riconosciamo che Gesù è il Signore salvo poi attribuirgli la responsabilità di tutto quello che ci accade di male!
Il dio in cui crediamo ci sta bene fino a quando non ci scomoda, non ci fa cambiare posizione, non mette i paletti all’esercizio della nostra libera volontà
Identifichiamo la felicità nel fare quello che ci pare e piace, anche se siamo molto severi nel giudicare quelli che non rispettano le regole.
In fondo è la libertà degli altri che ci rovina la vita e alzi la mano chi non si è indignato con qualcuno che l’ha usata a nostro discapito.
Il problema della fede, della vita, delle relazioni interpersonali sta tutto nell’esercizio corretto della nostra volontà e delle nostre scelte.
Ma chi ci dice che una cosa è buona o cattiva?
Dio ci ha provato consegnando ad Adamo ed Eva il paradiso con l’unica clausola di non mangiare dei frutti dell’albero del bene e del male. Vale a dire che solo Lui e non l’uomo poteva dire ciò che è buono e ciò che è cattivo.
Si sa che a nessuno piace sottostare a imposizioni, comandi, leggi che limitano il nostro campo d’azione, che mortificano i nostri desideri, impediscono la realizzazione dei nostri sogni.
Ma Dio è Padre e come tutti i padri del mondo ne sa più dei figli che non ancora raggiungono l’autonomia, ma essendo Dio ne sa più di tutti i figli anche i più intelligenti, scienziati, premi nobel e via dicendo.
Altrimenti che Dio sarebbe?
Tutti i costruttori, ideatori di manufatti conoscono bene la loro funzione e cosa occorre perchè durino a lungo.
Nessuno si sognerebbe, a meno di essere pazzo, di mettere al posto della benzina acqua o coca cola, nè laverebbe a 100 gradi una maglia di puro cachemire, magari aggiungendo il candeggio.
Non si capisce proprio come l’uomo presti così tanta attenzione alle cose a cui tiene, leggendo e seguendo con scrupolo il ibretto di istruzioni e si rifiuti di seguire le indicazioni contenute nel vangelo non per vivere a lungo, ma per non morire mai.
Dio eterno ha creato figli destinati ad essere eterni a patto che non si allontanbino da casa, che si lascino nutrire dalla Sua parola, guidare dal Suo spirito.
Tornando al vangelo di oggi quindi è doveroso farci un serio esame di coscienza per vedere se Dio lo adoriamo a parole ma poi nei fatti lo vorremmo cacciare perchè disturba la nostra vita, il nostro fare ciò che ci pare e piace perchè in fronte non abbiamo scritto” giocondo”
Signore aiutaci a fare la tua volontà, a consultarti ad ogni decisione, a preoccuparci non tanto di stare bene ma di far stare bene.
Quel giardino che ci riconsegni fiorito ad ogni confessione fà che ce ne facciamo carico e lo coltiviamo con cura, amore e tanta umiltà.

martedì 10 gennaio 2017

Salvezza

Un cuore con dentro altri cuori (disegno di Emanuele)

“Hai messo ogni cosa sotto i suoi piedi”( Eb 2,8)
Queste parole sono riferite a Gesù, ma le leggiamo nel Salmo 8 che gli Ebrei conoscevano prima della sua venuta e con il quale si sono rivolti a Dio, Maria, Giuseppe e Gesù.
Eppure, nonostante nel suddetto Salmo vi si esprimano meraviglia, ammirazione, gratitudine e fede in Dio, l’essere amati da Lui a tal punto non era cosa scontata.
Così gli Ebrei alla legge di Mosè avevano aggiunto una miriade di prescrizioni, perchè tanto amore fosse guadagnato attraverso le opere della legge.
Certo che anche Gesù obbediva alla legge, come ogni ebreo e come gli avevano insegnato i genitori terreni.
Ma Gesù era ed è Dio ed è venuto ad abolire le opere della legge, per mostrare lo Spirito della legge e liberarci dal dovere di placare l’ira di Dio, il dovere di tenerlo buono perchè non ritirasse la sua mano e smettesse di nutrirci.
Ci sono cose che sono molto pesanti e faticose, che implicano sacrifici anche cruenti, che non ti pesano, e ci sono cose che ti pesano solo perchè non hai voglia, tempo, desiderio di farle, anche se sono importanti per te o per gli altri.
La nascita di un figlio è di per sè dolorosa, ma è preceduta da molti sacrifici, che dopo la nascita diventano sempre più gravosi.
Eppure, a parte le madri snaturate, la gioia del dare liberamente amore non è paragonabile a quello che senti quando le cose le devi fare per forza.
Così l’uomo, stupendamente e straordinariamente educato da Dio non era ancora riuscito a capire quanto era grande il Suo amore per noi, quanto fosse gratuito perchè siamo suoi figli, avendoci Lui ha generato
Gesù è venuto ad aprirci gli occhi, a sturarci le orecchie a sostituire al nostro cuore di pietra un cuore di carne, vale a dire un cuore capace di dilatarsi e accogliere tutto ciò che Dio ci ha messo dentro.
Ieri sono andata a fare una visita cardiologica per una cardioilomegalia, che era venuta fuori questa estate con i raggi al torace.
Così ho scoperto di avere un cuore grande, e mi è venuto in mente che ero stata accontentata, perchè a Dio avevo chiesto tante volte:” Dammi i tuoi occhi, dammi il tuo cuore, Signore, per amare i miei fratelli come tu li ami”.
Non avevo certo pensato ad un’ulteriore malattia, perchè volevo solo che la mia capacità di amare aumentasse.
Per la vista avevo sperimentato come non servano entrambi gli occhi per vedere l’essenziale, da quando l’edema maculare mi aveva colpito in modo irreversibile la capacità di distinguere nitidamente gli oggetti con o senza lenti.
Per il cuore non sapevo cosa fosse successo.
Ero certa che, se il cuore è un muscolo, sicuramente con lo sforzo che faccio a stare in piedi, a muovermi, è naturale che sia molto ingrossato.
Qualcuno ha detto che l’amore è una malattia.
Il Padreterno si è incarnato e morto per questa malattia.
Ma a nessuno piace star male e neanche a me, specie quando le malattie ti impediscono di vedere quello che tu vuoi vedere.
Comunque, grazie a Dio il cuore funziona bene, è forte, abituato alla fatica, e per questo ringrazio il Signore.
Ma se non ci fosse stato Gesù a mostrarci quanto valevamo, quanto siamo importanti per Lui, con tutti gli acciacchi dell’età, con tutti i malfunzionamenti ereditati dai padri, con tutti i nostri limiti, sicuramente oggi non starei qui a cercare nella Parola di Dio la luce per questa giornata che comincia, nè motivi per lodarlo benedirlo e ringraziarlo.
Oggi voglio benedire il Signore per tutti quelli che sentono in Lui il loro completamento, la loro realizzazione piena.
Aiutami, Signore, a vivere nella gioia e ad offrirti ciò che non mi piace di questa vita.
Benedici i silenzi, inonda di benedizioni la nostra famiglia.
Fa’ Signore che nessuna lacrima sia vana, ma confluisca nel tuo sangue versato per la nostra salvezza.
E a te non voglio rivolgermi come hanno fatto i demoni nella sinagoga( in chiesa sono più numerosi), dicendoti invece grazie perchè sei venuto a salvarci.

lunedì 2 gennaio 2017

sfogliando il diario...

“Figlioli rimanete in Lui”(1 Gv 2,28)

” In mezzo a voi c’è uno che non conoscete” dice Giovanni Battista a quelli che lo interrogano sulla sua identità.
Riconoscere Cristo non è semplice e io questa mattina sono andata dal sacerdote perchè mi aiutasse a vivere lo smarrimento di un Dio muto e sordo, per vincere la paura e l’angoscia di esere lasciata sola a combattere quest’ennesima, se non ultima battaglia.
Gesù non deve venire, c’è, è qui in mezzo a noi, dice Giovanni Battista.
Ma come trovarlo?
Quali sono i suoi connotati, da cosa possiamo capire che è lui, anche quando non ci salva dalla nostra salvezza?
Questa mattina sono andata da padre Carlo a confessargli la paura, l’angoscia, la disperazione per non essere in grado di vivere in lui tutto quello che mi stava succedendo.
Volevo trovare Gesù, volevo trovare quel Padre di cui è venuto a parlarci, un padre che se gli chiedi un pane non ti dà una pietra.
E in questi ultimi tempi a me sembra che dal suo tavolo cadano solo pietre che fanno sprofondare sempre più in basso.
Dopo aver consultato tutti i medici ufficiali e alternativi, dopo aver fatto indigestione della Parola di Dio, dopo aver ripetutamente ogni notte chiesto a Maria come aveva potuto rimanere in silenzio di fronte a cose così tanto grandi e incomprensibili a cui era stata chiamata, dopo aver urlato, pianto, supplicato perchè un segno mi illuminasse la strada, sono andata da Lui.
Sì perchè se non trovi il Signore significa che ti sei dimenticato dov’è la sua casa, il luogo del suo riposo che diventa anche nostro se non te ne allontani.
Perciò sono andata a confessare la mia poca fede, bussando alla porta del confessionale dove avrei mendicato il suo abbraccio misericordioso.
E non mi sarei allontanata se non avessi sentito su di me la sua mano benedicente, il suo sguardo posarsi sulle mie ferite, il suo olio spalmato sulle lacerazioni di tante lotte.
La fede è pace, è gioia, è speranza, è sangue che torna a fluire nelle tue vene.
E così è stato.
Ho ripensato a Giobbe il primo personaggio incontrato sulla strada del ritorno a casa, tanti anni fa, quando cominciai un cammino all’indietro, un cammino in compagnia del Crocifisso, incredibilmente vivo, perchè è da allora che ha cominciato a parlarmi.
Lo faceva anche prima, ma ci vuole del tempo per accorgerti che Dio è nel terremoto, nella tempesta e nella bonaccia, nel vento forte e nella brezza leggera.
Allora non capii cosa significava rinunciare a capire, fidarsi e affidarsi alla persona che conosci per sentito dire.
Mai come oggi ho capito la lezione di Giobbe che ritrovò i suoi beni quando accettò di non capire e riconobbe la superiorità del Suo creatore nel quale aveva sempre confidato.
Così il mio lamento si è mutato in danza e il desiderio di rimanere nella sua casa è tanto grande che nulla mi sembra più desiderabile.
Ma io so che torneranno i dubbi e le paure, le angosce e i dolori del parto, ma io voglio fare incetta di questi “scintillanti” per trarli fuori dalla mia bisaccia in tempo di carestia.
2 gennaio 2016

domenica 1 gennaio 2017

1 gennaio 2017

IL TEMPO E'

NELLE NOSTRE MANI 

NELLA MISURA IN CUI 

L'INFINITO

E'
NEI NOSTRI CUORI

BUON ANNO AMICI!

domenica 25 dicembre 2016

BUON NATALE



Guardando il mio presepe in attesa di metterci il Bambinello a mezzanotte, ho pensato a quanti natali passano inosservati, quante volte mettiamo nella mangiatoia un gesù senza cuore, finto, di porcellana, di plastica o di qualsiasi altro materiale inerte e ci dimentichiamo di quello vero, quello di carne.
In chiesa si benedicono le piccole statuine la III domenica di Avvento.
Mi sono chiesta che senso abbia questo rito, se coviamo tanti rancori nel cuore, se ci teniamo soffocati tanti Gesù che ci rifiutiamo di accogliere, persone con le quali viviamo non riconciliati, persone che ci hanno fatto del male o alle quali più o meno consapevolmente anche noi abbiamo fatto del male.
Questo Natale ho deciso che voglio mantenere il mio presepe così come l’ho preparato all’inizio di questo Avvento.
Una culla con un libro aperto… la Sua Parola che non scade e che ci guida tutti i giorni a venire.
” Sono stato con te dovunque sei andato”(2 Sam 7,9)
BUON NATALE
Antonietta e Gianni

giovedì 22 dicembre 2016

GRATITUDINE



“Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente”(Lc 1,49)
Questa mattina mi voglio fermare su queste parole che non a caso ho trovato scritte sul calendario liturgico.
Per cosa vogliamo ringraziare Gesù?
Fu la prima preghiera che mi venne in mente da insegnare a Giovanni, quando aveva meno di due anni.
Avevo pensato che c’erano nelle preghiere tradizionali parole che non avrebbe capito come” Ave, pietà celeste, luce perpetua”.
“Per le patate, per i colori!”, fu la sua risposta immediata guardando le cose poggiate sul tavolo dove stava mangiando.
Chi ci avrebbe pensato a ringraziare il Signore per le patate e per i colori?
Da lì cominciò uno splendido gioco, una gara che contraddistinse il nostro stare insieme, a casa, al parco e
negli altri spostamenti.
Grazie per il sole, grazie per il parcheggio, grazie per qualche adulto che al mare gli avrebbe fatto fare il bagno o avrebbe giocato con lui, visti i miei limiti deambulatori.
Era tanto infatti se con la macchina riuscivo a portarlo da qualche parte.
Giovanni divenne il mio maestro che mi bacchettava qualora mi dimenticavo di dire grazie a Gesù per il posto macchina trovato davanti all’ingresso del luogo dove dovevamo andare.
Oggi Giovanni va solo, è diventato grande e mi chiedo dove sono andati a finire i miei insegnamenti , visto che spesso, immerso nei suoi pensieri, attaccato al suo telefonino non solleva la testa neanche per salutare pur abitando di fronte.
E mi dispiace.
Me lo chiedo, ma forse è più giusto che mi faccia io un serio esame di coscienza per vedere se sono attenta, come quando mi prendevo cura di Giovanni, dei doni che ogni giorno il Signore mi elargisce, e lo ringrazio come facevo un tempo.
Devo dire con tutta onestà che i piccoli doni passano inosservati, occupata come sono a difendermi dagli assalti poderosi del nemico, che in questo momento è la malattia.
Non c’è dubbio comunque che me ne faccia, ma io penso sempre al dono più grande che mi aspetto e che non viene… e non mi accorgo di quanti angeli è cosparso il mio cammino.
Angeli che mi aiutano a superare i piccoli e grandi ostacoli che ogni giorno la vita mi mette davanti.
Il parcheggio, i colori, la patate…
Nostalgia d’altri tempi o straordinaria realtà che il Signore rinnova ogni giorno cambiando gli incarti ?

mercoledì 21 dicembre 2016

Non lasciarti cadere le braccia



” Non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia” (Sof 3,16)

Veramente Signore ho bisogno che qualcuno mi sollevi da terra, che asciughi le mie lacrime, che mi rialzi da questo stato di sconforto, di desolazione, di sofferenza, di stanchezza, di non sonno, non gioia, non natale.
Ho bisogno Signore di stringere tra le mani qualcosa che non sia una medicina, di bere qualcosa che non sia un veleno che si aggiunge ad altri veleni, di qualcuno che non mi si avvicini con un ago, una macchina, un catetere, un martelletto, un letto che non sia una lettiga, un auto che non sia un ambulanza, di amici, che vengono a visitarmi, non chiamati per scrivere ricette, riempire moduli, consigliare o sconsigliare una cura.
Ho bisogno Signore di qualcosa che non mi ricordi la malattia, di un sonno che mi faccia andare in vacanza da questo inferno di dolore e di sofferenza.
La scorsa notte mi sono messa ai tuoi piedi, come un cane mi ti sono aggrappata, mi sono tenuta vicino a te, il mio padrone, che mi fa sentire al sicuro.
Un cane, mi sentivo un cane in cerca di un padrone da cui sentirsi protetto. Tu l’hai permesso e io ho trovato la pace.
Ho ripensato a quella donna che ti chiedeva non so cosa e che al tuo diniego ti ricordava che anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole che cadono dal tavolo dei loro padroni.
Non ti chiedo più nulla, perchè già tanto, tutto ti ho chiesto fino ad arrivare all’essenziale.
Ora è arrivato il tempo di chiudere la bocca e aspettare che tu decida di me, della vita o della morte, non della disperazione.
Sono qui Signore ad aspettare che la tua mano tocchi la mia, che il tuo sguardo incroci il mio, che mi senta amata da te ancora, per sempre, perchè tu sei il mio Signore, il mio Salvatore, perchè non mi sono sbagliata, è solo questione di tempo.
“Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori.”
L’ho trovato e l’ho tenuto stretto l’infinito, ho cercato con tutte le mie forze, con tutta me stessa di non smarrirlo.
Ma mi è scivolato dalle mani, senza che me ne accorgessi, come quel piccolo Gesù, il mio tesoro, che, quando ero bambina, non trovai più nel pugno dove lo custodivo.
La ferita di quella perdita non si è ancora rimarginata, perchè ero sola e quel bambino era il mio unico compagno di giochi.
Tu Signore sei altro, lo so. Sono diventata grande e lo capisco, almeno questo.
In fondo non è tanto quello che uno perde ma il vuoto che lascia, quel vuoto che ti fa soffrire.
Io so che mi stai ascoltando, che un giorno ti vedrò, non necessariamente questo natale, e mi chiedo quanto ancora dovrò aspettare.
Un Natale senza luci, quello di quest’anno, un natale dove nel mio piccolo presepe Gesù è già nato, perchè per non fare fatica e correre il rischio di perdere i pezzi, lo scorso anno, il presepe non l’ho messo in cantina, ma sul mobile della sala, perchè fosse natale ogni giorno dell’anno.
Mi chiedo se ho fatto la scelta giusta, se anche solo cambiando posizione agli oggetti ogni tanto, la vita cambia, cambia il punto di vista.
Sicuramente sì, ma arriva il tempo in cui non hai nessuno che ti aiuti a fare certi traslochi e ti devi arrangiare da sola.
Su suggerimento di Emanuele ho messo al posto del bambinello la Bibbia, Emanuele a cui non sfugge nulla e che si è ricordato la sana abitudine di questa casa, di attendere il Natale con la Parola messa tra la paglia.
Grandiosi i bambini che ti rinfrescano la mente, diventando la tua memoria quando diventi vecchio!
Ed io mi sento vecchia, tanto vecchia da chiedermi il senso di questo natale.
“Non lasciarti cadere le braccia” le parole che mi hanno colpita.
Ieri ho chiamato M. l’angelo che mi accompagna, perchè facesse sotto la mia guida le cartellate, il dolce simbolo dei natali della mia infanzia, il profumo di mio padre e delle sue tradizioni che si portò dietro quando si sposò e che trasferì a mia madre e a noi figli.
Ho desiderato mettermi in contatto con i miei cari attraverso quel profumo di mosto cotto misto a cannella, quel segno di festa nella nostra povera casa dove la cosa più dolce era il pane raffermo tagliato con cura a dadini da papà, che immergevamo nel latte, quando riuniti al mattino facevamo la colazione.
Nostalgia di profumi, nostalgia di sapori, nostalgia di presenze, nostalgia di un calore che solo tu oggi Signore mi puoi dare in questo natale senza suoni che non sia la parola che esce della tua bocca.
“Una voce, il mio diletto!”
La liturgia oggi parla di voci che si odono, che fanno sussultare, che riempiono di gioia, che ti portano a danzare come fece Davide davanti all’arca santa.
La gioia è il distintivo del cristiano e io non voglio perderla Signore.
Donami la gioia di accorgermi che tu stai arrivando anche se non ti vedo.

sabato 17 dicembre 2016

44 anni fa



Il 17 dicembre di 44 anni fa nasceva mio figlio, dopo 9 mesi di attesa e di inenarrabili sofferenze.
Quando nacque non mi preoccupai di ringraziare chi mi aveva fatto recapitare quel dono in un modo così rocambolesco e sofferto. Ero fiera di avercela fatta a conseguire l'ultimo traguardo che mi ero prefissata, dopo tanto travaglio.
A ridosso del Natale, la meta pensavo di averla raggiunta, con qualche giorno d'anticipo.
Poi il travaglio, quello vero, è venuto, con la malattia.
Ho perso di vista quel dono negli anni che mi tennero lontana da casa alla ricerca di qualcuno o qualcosa che potesse guarirmi.
Lo riabbracciai quando aveva 5 anni e mi trovai davanti uno sconosciuto.
Da allora cercai tutte le strade per riconquistarne l'amore, ma il filo sembrava definitivamente spezzato.
Nella nostra latitanza genitoriale lo affidammo alla chiesa, perchè si prendesse cura di lui. lo avrebbe salvaguardato dai pericoli, mentre mia madre provvedeva ai suoi e ai nostri bisogni materiali.
Non abbiamo preparato insieme nè presepi, nè alberi, nè dolci per il Natale. Lui, insieme ai suoi amici scout, li preparava in chiesa e faceva la veglia alla vigilia e cantava e pregava unito al branco, accompagnato dalla chitarra, sua inseparabile compagna.
Noi, soli in casa, aspettavamo che ritornasse, perchè la malattia m'impediva di soddisfare anche la più elementare curiosità di vedere cosa faceva.
Poi l'amore trovato a 17 anni, in quel contesto di servizio, di gioco e di preghiera.
A giugno del 2001 si è sposato.
Oggi questo figlio, a fatica riconquistato, affidandomi i suoi bambini, mi dà l'opportunità di scoprire quanto è grande l'amore di Dio, attraverso tutto ciò che un tempo davo per scontato.
Ai suoi figli ho scritto tante lettere, a lui una soltanto, in occasione del suo matrimonio.
Oggi, giorno del suo compleanno, mi piacerebbe la rileggesse con me e con voi, perchè insieme possiamo lodare e benedire il Signore che continua a farci regali anche se non gli diciamo grazie.
Questa è la lettera

LA TUA STANZA



Franco, manca poco e la tua stanza sarà vuota di vestiti, di scarpe, di fogli, di libri, di dischetti e CD messi lì alla rinfusa, abiti stropicciati, sparsi ovunque, fili aggrovigliati che spuntano e s’intrecciano e s’insinuano fra le multiformi e variopinte scartoffie che sciabordano dagli scaffali che non le contengono.

Quel tuo voler fare le tante, troppe cose che il tempo ti strappa di mano, quel frutto che vuoi cogliere subito, la tua voglia di bruciare le tappe, ti portano a lasciare indifese le tracce di ciò che sei, di ciò che cerchi, di ciò che comunque vuoi nascondere, senza riuscirci.


Franco, la tua camera oggi parla di te, più forte, mentre pian piano togli di mezzo ciò che è tuo, ciò che fino a ieri sembrava mio solo mio, perché tu eri cosa mia, come i tuoi pensieri i tuoi desideri i tuoi sogni che ti ostinavi a negarmi…tutto, tutto ciò che, essendo tuo, pensavo mi appartenesse.

Ora te le porti lontano le cose che non sono mai state mie, le strappi dalla tua stanza stupita, dal mio cuore sconvolto da questo temporale di maggio, le porti via senza ordine, senza niente buttare, perché bisognerebbe fare una scelta ed è difficile, specie in questi momenti convulsi che ti separano dal matrimonio.

Le cose, Franco, lo so, lo sai, non vanno lontano: da un armadio ad un altro armadio, guarda caso distante 10 metri…
O di più?
Ma il tuo cuore, Franco, quello dove lo porti?
Il vuoto che lasci di te, del tuo disordine assurdo, dei tuoi silenzi, dei tuoi nervosismi, delle tue attenzioni nascoste, dei tuoi gesti gentili mischiati al fracasso di ciò che non volevi apparisse, della voglia di dirmi, di dirci che ci volevi bene, che volevi ti amassimo come tu sei, come ti sforzavi di essere senza riuscirci, mi sembra incolmabile.
I tuoi diari, lasciati per caso, senza parere poggiati su un tavolo, dimenticati in un angolo, erano lì ad aspettare che qualcuno li aprisse, per capire e conoscere ciò che ti ostinavi a nascondere.
Per sbaglio ne ho aperto, un giorno lontano una pagina e vi ho trovata scritta una preghiera.
L’ho letta perché era bella, perché era tua, perché non mi sembrava di violare un segreto, visto che l’avevi lasciata lì ad aspettare che finalmente mi accorgessi che c’eri, che il tuo cuore batteva, che avevi trovato un compagno, un amico a cui confidare il tormento e la pena dell’essere soli, un amico che non conoscevo.
Ora quell’amico anch’io l’ho trovato, ora possiamo parlare con Lui e di Lui senza riserve, senza che la vergogna e il pudore ci chiuda la bocca, ora possiamo sentirci vicini, perché è Lui che ci porta lì dove non sapevamo salire.
Non siamo più soli, perché se l’uno l’altro perde di vista, Lui ci sente e ci rimette in contatto, ricordandoci che l’amore non conosce distanze, riempie i vuoti dell’anima, i vuoti delle stanze deserte, che non rimangono mute, quando un figlio si sposa, quando una madre, invecchiando, non può condividere le sue spensierate e giovani scelte.
Lui è quello che, saldandoli, ricongiunge, i fili spezzati, è quello che riempie di luce le stanze buie e gelate, riscaldandole con il suo dolce tepore.

Oggi, Franco, guardando la tua stanza, a tutto questo ho pensato.
Se non mi fossi fermata un momento, per scriverti dello strazio delle cose portate lontano, non avrei potuto gioire del dono stupendo di cui tu sei stato strumento: il Compagno, l’Amico con cui tu te ne vai, ma anche quello che tu lasci qui dentro, perché in fondo ciò che conta è vedere nella morte dei nostri pensieri la vita dei nuovi pensieri, che sbocciano nel cuore irrigato dal pianto e purificato dall’aria, che soffia leggera sulle cose trasformate da Dio.

31 maggio 2001

venerdì 16 dicembre 2016

PREGHIERA



" Ti colmerò di gioia nella mia casa di preghiera"(Is 56,7)

Alle 4 un crampo spaventoso ha messo fine al mio tormentato sonno, un crampo che mi ha fatto urlare a tal punto che mio marito si è svegliato e ha cercato in qualche modo di mettermi in piedi.
Non è la prima volta che accade, sono anni che mi tengono compagnia, una compagnia scomoda non c'è che dire, la notte.
Ci sono notti che riesco a non urlare, a vedermela da sola, senza disturbare, ci sono altre volte che il dolore è così lancinante che devo chiedere aiuto, perchè mi impedisce di muovermi, come se avessi messo i piedi in una tagliola.
In genere se non riesco a riaddormentarmi, cosa normale, mi metto a pregare o a scrivere dopo aver letto la Parola di Dio della liturgia del giorno.
Non sempre trovo connessione tra quello che trovo scritto e quello che sto vivendo, tanto che mi viene da chiedermi se parla per me o per qualcun altro.
Questa mattina è stata una di quelle volte che la connessione era assente, mentre era preponderante il desiderio di rimettermi a letto a riposare.
Come al solito ho pensato di dire un rosario, con la speranza che mi conciliasse il sonno.
Il rosario è un arma potente perchè non agisce come i maligni penserebbero come sonnifero, ma come strumento che ti allontana i brutti pensieri e ti porta a vedere lle cose che ti accadono con altri occhi, con gli occhi di Maria, con gli occhi di Dio.
Questa notte mi toccavano i misteri dolorosi che spesso salto, specie se sono molto addolorata.
Mi piacciono i misteri della gioia perchè attraverso Maria rivivo il dono del mio Battesimo e mi immergo nell'amore di Dio.
Ma questa notte non ho voluto cambiare perchè ero stremata dalla prova e cambiare avrebbe comportato una fatica, anche se minima.
Mi sono detta che almeno il primo mistero mi faceva sentire vicina a Gesù, perchè la cosa che più temo è la solitudine, l'abbandono, l'indifferenza delle persone più care. 
E Gesù ha provato tutte queste cose, come capita a me, a tanti uomini che hanno attraversato la scena del mondo.
Ma la cosa straordinaria che è successa stanotte non è stato tanto quella di sentire la solidarietà con un compagno di viaggio, quanto l'amore di Dio che mi si apriva attraverso uno spiraglio che man mano che procedevo diventava sempre più grande fino a diventare un passaggio ampio che mi ha risucchiato in un atmosfera, in un mondo, in una dimensione di pienezza, di pace, di gioia, di amore senza misura.
Sentivo il respiro di Dio, sentivo il suo cuore di padre battere sul mio, sentivo le sue braccia che mi avvolgevano tutta, sentivo che quello era il Paradiso.
" Ti colmerò di gioia nella mia casa di preghiera" l'ha detto e l'ha fatto. Come non credere a tutto il resto?

Signore quanto sei grande, Signore quanto sei bello, Signore quanto sei tutto! 
Le parole vengono meno quando riempi il cuore di Te.

giovedì 15 dicembre 2016

FEDELTA'



” Non temere non dovrai più arrossire”(Is 54,4)

Queste sono le parole che Dio, attraverso il profeta Isaia rivolge al suo popolo, donna scelta per essere per sempre sua sposa.
Questo passo mi ha sempre affascinato perchè è una dichiarazione d’amore divina in quanto nel mondo, tra noi umani non è facile incontrare persone che perdonano l’infedeltà del loro coniuge e sono disposti a dimenticare, cancellando tutte le offese, e a ricominciare da capo con questa promessa
“Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero,
non si allontanerebbe da te il mio affetto,
né vacillerebbe la mia alleanza ”
Il tradimento da noi ha altri percorsi, altre soluzioni, abbreviate nel tempo e nei modi, perchè si può divorziare o anche farsi giustizia da soli, eliminando il colpevole.
Ultimamente si sta sviluppando una modalità più risolutiva , quella di uccidere il coniuge, i figli e poi tanto che uno ci si trova, anche se stessi, non potendo poi sopportare le conseguenze del proprio gesto.
Di questi fatti ci informano i giornali, la televisione con ritmo martellante come se solo questo succedesse nel mondo.
Le famiglie che funzionano, le coppie che durano non fanno notizia.
Certo che, se un giovane da piccolo ha respirato quest’aria, ha prestato ascolto solo a quello che somministra il pensiero dominante, si convincerà che il “per sempre” non esiste e che le soluzioni ce le presenta il mondo semplificate.
Da qui nasce un’ insofferenza per legami duraturi e una propensione a prendere solo ciò che comporta il minimo investimento con il massimo profitto.
Il matrimonio cristiano è sempre più snobbato, perchè invece di semplificarla, ai più complica la vita.
Se per caso uno si sente di unirsi ad un’altra persona perchè la sente carne della sua carne, ossa delle sue osssa, o ci va a convivere o al massimo va al comune per ratificare l’accordo.
Se prima la chiesa, da un punto di vista scenografico, batteva la nuda stanza dell’ufficiale di stato civile, dove l’unico addobbo era la bandiera, adesso si sono attrezzati, mettendo le sedie e i fiori e tanto altro ancora, come ho constatato da un po’ di tempo a questa parte.
Insomma lo scimmiottamento di luoghi pregni di cultura, di arte, di bellezza, di tradizioni e di fede ha la meglio, come i fiori e le piante che compriamo finte per non lasciare disadorne le tombe del cimitero.
Dio ci ama, ci ama di amore eterno e alla maggior parte di quelli che scelgono le scorciatoie, le vie comode, potrebbe non interessare, ma non sanno cosa si perdono.
Il matrimonio, l’amore, il sesso lo ha inventato Dio, mica l’uomo e se ha pensato che per fare i figli bisogna che un uomo e una donna si uniscano carnalmente ci sarà un motivo.
Fare l’amore era una parola che si usava ai miei tempi per dire che due si frequentavano, fare l’amore era costruire l’amore, non fare sesso.
L’amore si costruisce con 5 gesti di tenerezza al giorno che aiutano a sopravvivere (a dire il vero ce ne vorrebbero molti di più), gesti di tenerezza contenuti in un “permesso”, “scusa”, “grazie”.
Imparare a ringraziare è avere in mano la chiave dell’eterna felicità
Grazie a Dio e grazie all’altro, perchè Dio sa di cosa abbiamo bisogno per vivere ed essere felici.
Perciò ci ha consegnato il suo corpo, ha inventato l’Eucaristia,(rendimento di grazie) e ha detto ” fate questo in memoria di me”.
Ma tutto questo non basta se non capiamo una cosa fondamentale.
DA SOLI NON POSSIAMO FARE NULLA, MA CON LUI TUTTO È POSSIBILE.
Così il matrimonio cristiano si configura come un alleanza che gli sposi stabiliscono con Dio, che non sta ad aspettare che quello, un patto con il re dell’Universo, con l’essere perfettissimo creatore e Signore del cielo e della terra.
Cosa possiamo volere di più?
A guadagnarci siamo solo noi, perchè la parte più faticosa l’ha già fatta Lui, che vale per sempre.
Il matrimonio cristiano è la risposta ad una chiamata, un investitura divina, un sacerdozio per la costruzione del regno, come l’Ordine.
Non dobbiamo stupirci se Dio rivolge al suo popolo parole così infiammate d’amore.
Attraverso l’amore umano vuole far conoscere all’uomo la bellezza dell’amore divino, nella constatazione che solo Lui può colmare ciò che manca alla nostra incapacità di amare.

mercoledì 14 dicembre 2016

Ricalcoli



“Beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!”(Lc 7,23)

Non c’è dubbio che Dio ci faccia annoiare, che non ci riserbi delle soprese, belle o brutte, dipende dai punti di vista.
I comportamenti omologati, politicamente corretti, sempre uguali non generano meraviglia, stupore, solo raramente rabbia e rifiuto.
Siamo abituati a non lasciarci scomodare, a non distogliere il nostro sguardo dai teoremi che a nostro parere funzionano sempre.
Se c’è uno che esce dal branco, che si comporta in modo diverso da come ce lo aspettiamo o lo rifiutiamo a priori o lo emarginiamo condannandolo di fatto a morte
Gesù scandalizza con il suo modo di fare tanto da suscitare negli astanti la domanda” Con quale autorità fai queste cose?” Perchè per mettersi contro la tradizione, contro il comune pensare codificato, contravvenendo alle buone maniere (l’aveva fatta grossa rovesciando i banchi dei cambiavalute dal tempio) ce ne vuole di coraggio, ma soprattutto ci vuole uno che ti garantisca l’ineccepibilità delle tue azioni.
Noi siamo abituati a certificare con altri certificati chi siamo, dove abitiamo, di chi siamo figli ecc ecc.
Non possiamo dimenticare la carta d’identità, la tessera sanitaria, il codice fiscale e la patente se vogliamo essere certi di muoverci senza problemi.
Gesù non aveva dietro nessuna credenziale,(allora non si usavano), ma che era figlio del falegname lo sapevano tutti nel paese e lo stato romano che esisteva, visto che nacque durante il censimento.
Non so se quello che mi è venuto in mente leggendo la parola di Dio che oggi la liturgia ci propone alla riflessione sia corretto, confacente, se insomma ci entri qualcosa con il vangelo.
Perchè sto pensando alle sorprese, i ricalcoli della mia vita che sembra essersi arenata su una nota stonata.
I profeti Dio me li manda a domicilio, l’ho sempre detto da quando mi furono affidati, a me che lo stato aveva prepensionato perchè incapace di deambulare, Giovanni prima e poi Emanuele, i bambini di mio figlio.
Una nonna che fa fatica a reggersi in piedi da sola ci vuole del coraggio per mettergli in braccio i propri figli. In braccio è metaforico s’intende perchè io i miei nipoti non li ho mai presi in braccio.
Eppure è accaduto.
Come mi meraviglio ancora io di quello che è accaduto da 15 anni a questa parte. A chi mi chiedeva come facevo, io dicevo che li allevavo a preghiere.
Le due piccole adorabili pesti mi hanno insegnato il vangelo, mi hanno donato la capacità di meravigliarmi, il desiderio di cambiare continuamente posizione, di inventarmi le storie narrando la storia della mia, della nostra vita.
La ricerca di scintillanti è stata la strada maestra per imparare a dire grazie per qualsiasi cosa, per le patate, per i colori, per un parcheggio ecc ecc.
Ma ora che si sono fatti grandi, le occasioni di trovare schegge di luce si sono rarefatte.
Perciò mi sono inventata, in una notte di quelle che ormai chiamo normali, perchè le eccezioni, sono quelle che dormo, un regalo alternativo per la ormai vicina festa.
Pensando al Natale, a noi che non siamo più giovani ( Emanuele mi proibisce di dire che siamo vecchi, perchè per lui i vecchi hanno come minimo 100 anni), alle persone che ci hanno preceduto in cielo, a questa terra, a questa casa sempre più vuota, sempre più silenziosa, al fatto che le persone più care che peraltro ci abitano di fronte, nostro figlio, moglie e figli, non avrebbero avuto il tempo di fermarsi con noi, perchè lavorano, studiano, sono scout, e per giunta i piccoli promettenti musicisti e in questo periodo si moltiplicano le occasioni per farsi gli auguri attorno ad un tavolo, mi è venuta l’dea.
Il regalo sono le persone, mi sono detta e allora perchè non chiedere ad ognuno il dono del tempo per venire con me a scegliersi un regalo?
Giovanni, il saggio, mi ha detto che era una buona idea anche se penso sia praticamente impossibile trovare un orario compatibile con gli impegni scolastici, sportivi, musicali e scoutistici che lo occupano anche i giorni di festa.
Emanuele invece non è stato in sè dalla gioia perchè farebbe le carte false per andarsi a comprare qualcosa, infischiandosene degli impegni, specie quelli scolastici.
Mio figlio ha detto che era una cosa molto difficile trovare un tempo da regalarmi, perchè specie sotto Natale, non sa dove arrivare prima.
In effetti pur abitando di fronte lo vedo molto raramente perchè a ora di pranzo manda i bambini con il vassoio a prendere ciò che ho preparato e il pomeriggio i bambini per fare i compiti entrano da soli con la chiave che staziona in permanenza nella toppa.
Con tristezza ho pensato che i figli per vederli devono essere disoccupati e senza famiglia, forse, ma non è certo.
Comunque il Padreterno si è inventata una soluzione alteenativa, si fa per dire, senza offesa.
Ha fatto venire la febbre al figlio tantro desiderato, sabato in cui tutta la famiglia è impegnata in attività scout e domenica in cui tutti erano stati invitati per un battesimo al ristorante.
Me lo sono trovato in casa, acciaccato e bisognoso di cure, me lo sono coccolato e ho avuto modo di fargli vedere i regali che gli avevamo comprato, perchè li misurasse.
La sua taglia infatti è tale che solo la mamma sa scovare dove trovare ciò che gli entra e gli sta bene.
Mi dispiace che per starci un po’ insieme quello era l’unico modo, mi dispiace anche, ma meno, che mi abbia passato l’influenza. Di questo supplemento di regalo non ne sentivo il bisogno.
Ma io sono una che non si arrende e che aspetta.
Sicuramente dietro questo ricalcolo Dio ha nascosto una sorpresa..

martedì 13 dicembre 2016

Paura



"Il Signore è vicino a chi lo cerca" (Salmo 33)

Da due giorni sembra che la mia testa sia diventata un minestrone, dove tutti gli ingregienti si sono talmente scotti che non si distingue cosa c'è dentro.
Questa notte, anzi questa mattina sono riuscita a portare a termine il rosario e questo la dice lunga su quanto io stia male, cioè quanto senta il bisogno di Lui, della Madonna, dei miei cari che mi accompagnano e si uniscono a me quando recito le avemarie (che brutta parola, per dire una cosa così profonda, vera, che non rende lo spirito con cui cerco di invocare l'aiuto, la vicinanza della Madre!).
Ma questa mattina ho grossi problemi con la testa che non ricorda niente, che non riesce ad organizzare nulla di sensato di buono.
Il mio pensiero va ai tempi che mi si sono accorciati, alla morte che sento mi si avvicina con il suo mefidico odore, con questa paura, panico che non vorrei avere per qualcosa che nei tempi passati ho invocato come unica possibilità di ricongiungermi a Dio, ai miei cari e smettere di soffrire e vivere finalmente in pace.
Ora, più il tempo passa, più aumenta la paura che accada, e sto male, specie quando mi sfuggono i nomi delle persone incontrate sul mio cammino.
Il panico è una schifosissima bestia e per 11 anni ci ho combattuto una guerra violenta che mi sembrava finita bene, perchè mi era passata la paura di rimanere sola.
Ora che ciò che più desideravo, la fede, e che cerco di mantenerla viva, mi assalgono paure incomprensibili, in contrasto con ciò che professo e di cui sono fortemente convinta.
Mi chiedo perchè ciò accade.
La parola di Dio non mi fa sussultare come un tempo, mi sembra non rivolta a me, da essa non traggo forza, speranza, coraggio, voglia di non morire.
Eppure so che non moriremo, so che ci trasformeremo, ma, come quando le anestesie totali mi terrorizavano per il sonno imposto, in cui non potevo controllare ciò che mi accadeva e decidere in merito, così mi sta succedendo con l'idea della morte che sento avvicinarsi.
I miei discorsi vertono ora su dove e come passerò gli ultimi giorni, con chi, e mi spavento.
La morte recente di una cara zia ha reciso un altro ramo del mio albero, e adesso mi sento veramente senza braccia tese in alto per pregare il mio Signore, senza occhi per vedere la stella, senza orecchie per udire la sua voce, senza gambe per salire su un alto monte e gridare che la salvezza è vicina.
Tra poco è Natale.
La chiesa ci ricorda che è nato Gesù, che si è incarnato, che si è fatto storia come dice don Ermete.
Da quando sono venuta al mondo il Natale è stata la festa più bella della nostra famiglia.
Si riscopriva la gioia di stare insieme, di ripescare antiche tadizioni che ci facevano sentire la comune appartenenza.
Il cibo, il gioco, la festa, le visite, i saluti, gli auguri, gli inviti, tutto concorreva a farci sentire il profumo del nuovo che si sprigionava dal vecchio.
Ora il Natale è tornato ad essere una festa pagana e si fa fatica a cercare Gesù tra tante luminarie, incarti dorati, regali e saluti obbligati.
Mi piacrebbe far felice qualcuno, questo è il mio Natale, ma non so come fare Signore.
Il Natale vorrei passarlo non a piangere su ciò che non c'è più, che non ricordo, che ho perso, che se n'è andato, ma a suscitare in qualcuno la gioia e la gratitudine per te che ci hai fatto incontrare.
Mi piacerebbe che in questi giorni ci sentissimo più uniti, più complici, come quando mettevamo con l'aiuto di mamma le letterine sotto il tovagliolo di papà, come quando imparavamo le poesie da dire quel giorno, poesie che parlavano di te Signore, letterine in cui ci impegnavamo ad essere più buoni.
Ora la chiesa ci ricorda ancora una volta, e non basta mai, che ti sei incarnato, che ti sei fatto uno come noi per non farci sentire soli, per toglierci la paura, per donarci la speranza che non finisce qui.
Voglio meditare su tutto ciò che mi manca per chiedere a te ciò di cui ho bisogno per non morire durante le doglie del parto.
44 anni fa ero in ospedale, convinta che nella pancia non avevo un bambino ma solo aria, che Franco, il figlio che portavo in grembo, non sarebbe mai nato.
Eppure il 17 dicembre nacque annunciandosi non con fortissimi dolori, quelli vennero dopo, ma con una leggera perdita di liquido amniotico.
Poi il putiferio.
Forse è accaduto così anche per te Signore.
Sei nato in una grotta, ma che putiferio hai portato, quale sconvolgimento

mercoledì 7 dicembre 2016

Benedici il Signore, anima mia


“Quanti sperano nel Signore corrono senza affanno”.( Is 40,31)
Benedici il Signore anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici.
Benedici Signore questo tempo che mi doni di vivere.
Benedici i miei pensieri.
Benedici i miei dubbi, le mie paure, benedici il mio smarrimento, Signore, di fronte a tutto quello che mi accade.
Benedici la gioia e il dolore, la salute e la malattia, la giovinezza e la vecchiaia, la morte e la vita, la rinuncia, il sacrificio.
Benedici Signore i nostri sì, anche quando non sono convinti e confermati con le opere.
Benedici gli smarrimenti davanti al venir meno delle forze, delle capacità della mente, benedici Signore anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici.
Ti voglio lodare, ringraziare perché sei un Dio buono, non hai considerato un tesoro geloso la tua potenza, la tua grandezza, ma hai voluto donarla a noi, perché mi hai generato e noi siamo tuoi.
Se guardo il cielo opera delle tue dita, chi è l’uomo perché te ne curi?
Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato, tutto hai posto sotto i suoi piedi.
Signore chi sono io perché tu mi presti ascolto?
Sono polvere, sono piccola, sono niente di fronte alla grandezza dell’universo.
Ma io sento che tu sei qui vicino a me, in questa mano che non si vuole arrendere a scrivere di te, a scrivere le tue meraviglie, non si vuole arrendere anche se mi fa male, mi si addormenta, diventa di legno.
Mi chiedo come farò a cantare le tue lodi quando cesseranno di funzionare i miei occhi e le mie mani giaceranno inerti, quando la mia mente non ricorderà più nulla e il mio corpo giacerà immobile.
Come farò a testimoniare il tuo amore quando la bocca non emetterà più alcun suono, quando la vita abbandonerà pian piano ogni organo e il cuore rallenterà i suoi battiti?
Come potrò dire al mio Signore grazie, come potrò al mondo proclamare che tu solo sei il Signore, come ai miei figli dire “il Signore è grande!” e glorificare il tuo nome?
Come Signore potrò mettermi in comunicazione con te, quando la luce pian piano si attenuerà e sui miei giorni calerà la notte e arriverà l’ora della riconsegna di tutto quanto tu mi hai affidato nella vita?
Veramente tanti sono i tesori che hai messo nelle mie mani, tante le opportunità di crescere, tante quelle per farle fruttare Signore!
Troppo grandi i tuoi pensieri!
Il mio cuore si smarrisce nel tuo mistero d’amore, nel mistero racchiuso nella mia vita.
Ti ringrazio perché mi hai fatto vedere il rovescio della medaglia, mi hai portato per mano a capire la differenza tra bene e male, tra ciò che è importante ciò che non lo è.
Grazie Signore perché mi hai fatto uscire dall’isolamento, mi hai liberato dalla schiavitù del dover essere, mi hai mostrato che non sei un Dio di vendetta, ma un padre di misericordia.
Signore non mi far mancare mai la tua presenza.
Fa’ che mai io ti senta lontano, distratto, assente.
Mai Signore percepisca l’abbandono, la solitudine che ha caratterizzato gran parte della mia vita.
Mai Signore io pensi che la mia indegnità sia troppo grande per bussare alla tua porta, per farti entrare nella mia casa.
Mai Signore della vita che io pensi che mi hai abbandonato.
Signore la mano tu sai non riesce a procedere su questo foglio, ma la mia preghiera continua con più fervore nel silenzio e nel raccoglimento di quest’ora, in questo incontro speciale con te e con Maria la madre che non cessa mai di pregare per me e con me.
Ti amo Signore mia forza, mia roccia, mia potente salvezza, mio potente liberatore.

giovedì 1 dicembre 2016

Mi ami tu?


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” Confidate nel Signore sempre” ( Is 26.4)
Mi chiedo Signore se io sono capace di confidare in te sempre, di perseverare nella preghiera, nella fede, nella speranza, nella carità, nell’amore.
Questa mattina mi interrogo soprattutto sulla mia perseveranza nell’amore non tanto verso i fratelli che vedo di rado ma che porto nel cuore e ti presento ogni volta che mi metto alla tua presenza, quanto sul tuo amore per me.
A volte mi vengono i dubbi, visto come vanno le cose.
Tu hai chiesto a Pietro: ” Mi ami tu?” ed era importante la tua domanda perchè gliel’hai fatta tre volte.
Non ti sei formalizzato alla quantità di amore che desideravi ma ti sei accontentato da subito e da subito gli hai dato l’incarco di pascere le tue pecore con l’amore di cui era capace.
Tu sei Dio e il tuo amore è infinito, questo penso sia l’attributo che più corrisponde alla verità del tuo essere Dio, il mio Dio, il Dio dei miei padri, il Dio di Gesù.
Quando non riesco a lodarti, benedirti e ringraziarti per la prova che ininterrottamente mina il corpo e la mente, notte e giorno protendendo le mie mani verso la tua acqua, la fonte viva e rigenerante della vita, quando la vita diventa solo un peso e il giorno un susseguirsi di no, io mi chiedo se il tuo amore è così grande come lo immagino, come lo desidero, come penso che dovrebbe essere.
Mi chiedo e ti chiedo quanto dovrò aspettare per vivere la gioia di essere tua figlia, di sentirmi definitivamente a casa al riparo da ogni paura e da ogni inganno.
Me lo chiedo dopo l’ennesima notte passata nel tormento del corpo e nella preghiera incessante, me lo chiedo questa mattina che mi appresto a cercare ragioni di speranza, spiragli di luce nella mia insignificante quotidianità.
Ho fatto indigestione della tua Parola Signore, questa notte, nella speranza di trovare un varco a tanta sofferenza, un senso, una direzione a dare al mio cammino, al mio esodo per una terra che non conosco.
“Mi si attacchi la lingua al palato, se ti dimentico Gerusalemme”
Le parole che mi porto dentro e che continuo a ripetermi per paura di rinnegarti.
Oggi credo che la risposta alla domanda se mi ami la debba trovare dopo il capitolo della passione.
Nei misteri gloriosi Maria mi farà vedere scritta nel cielo in terra e in ogni luogo qual è la vera salvezza, dove trovarla e in chi confidare sempre.

mercoledì 30 novembre 2016

Pescatori

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(Mt 4,19) 
“Venite dietro a me, 
vi farò pescatori di uomini”
A leggere il vangelo di oggi non sembra che Gesù abbia trovato difficoltà a reclutare i suoi discepoli, gli apostoli destinati a testimoniare tutto ciò che avrebbero ascoltato e visto stando con lui.
Testimoni della morte e resurrezione di Gesù ci continuano a rendere presente il Signore attraverso gli strumenti messi nelle loro mani, nell’amore radicato nei loro cuori.
“Convertitevi e credete al vangelo”
Così comincia Gesù la sua predicazione, dopo aver avuto dal Padre l’imprimatur, ma non so quanti siano stati convinti dalle parole che Gesù pronuncia in questo inizio dell’anno liturgico.
Già perchè l’anno liturgico comincia con l’Avvento, un tempo che ci viene ogni anno riproposto per meditare sul grande mistero dell’incarnazione di Dio.
Un tempo di silenzio e di attesa, di sosta, di meditazione, aprendo le orecchie alle profezie che parlavano di cosa sarebbe accaduto e di come e di dove.
Se i contemporanei di Gesù si meravigliarono di quello che Gesù diceva o faceva o delle sue umili origini o della fine che fece, sicuramente furono abbagliati da altro.
Come noi a Natale a tutto pensiamo fuorchè a lui perchè sono troppe le cose da sbrigare, i regali da fare, i pranzi da preparare, così allora i contemporanei di Gesù non si soffermarono sulle coincidenze tra la sua parola e la parola dei profeti, tra la sua venuta al mondo e il come e il dove e l’idea che si erano fatti.
Non siamo mai obbiettivi quando proiettiamo sugli altri le nostre aspettative, le nostre frustrazioni, i nostri difetti e poi non abbiamo mai la pazienza di aspettare.
I rapporti interpersonali sono sempre condizionati da giudizi, pregiudizi, giudizi anticipati, così la verità rischiamo di non conoscerla mai.
In questa pagina di vangelo pare che i primi chiamati non ebbero dubbi a seguire Gesù, senza che lo conoscessero.
Infatti per conoscerlo non bastarono i miracoli, nè le parole, nè il sacrificio, nè la resurrezione.
Lo Spirito Santo aprì loro gli occhi alla verità che ci hanno tramandato.
Lo Spirito Santo non ha privilegiato solo i primi discepoli, ma grazie a Dio lavora giorno e notte perchè tutti abbiamo la vita eterna.
Furono più fortunati i nostri antenati contemporanei di Gesù o noi?
Perchè se Gesù non lo incontri e non lo frequenti, non lo perdi di vista, se ti lasci da lui guidare e ammaestrare e nutrire, sicuramente puoi dire che sei suo contemporaneo, vale a dire che vivi il tempo senza fine, il tempo di Dio, l’oggi, il sempre, l’eternità.
Ma anche se tutte queste cose le ho sperimentate, è come se avessi un sacco bucato, buchi nella memoria, buchi nel cuore, o meglio pietre che non mi permettono di rendere immutabile e definitiva la mia salvezza.
Mi sento tanto fragile, piccola, incapace di tenerezza nei confronti di me stessa e degli altri.
Don Carlo Rocchetta parla della necessità di nutrire l’altro, di farlo vivere attraverso pochi gesti di tenerezza.
Quattro gesti al giorno aiutano a sopravvivere, ha detto.
“Vi farò pescatori di uomini” disse Gesù ai chiamati.
Come vorrei diventare molle come la creta del vasaio perchè il Signore di me faccia un vaso capace di donare amore e non giudizio.
Mi piacerebbe, e lo chiedo per questo tempo che mi dona di vivere .
Finora sono stata troppo severa anche se giusta.
Era il mio vanto quando insegnavo, non contravvenire alle regole e non commettere nei riguardi degli altri alcuna ingiustizia.
Ne andavo fiera.
Poi mi accorsi che solo l’amore rende giusti, l’amore e il rispetto per la diversità dell’altro, il non dare mai per scontato che una regola sia uguale per tutti.
Ma se con la testa l’ho capito, non ancora riesco a fare il salto, a piangere, a chiedere aiuto, a mostrare di me la parte vulnerabile.
Perchè da lì parte la compassione, la comunione, la condivisione.
Ieri mi sono commossa ad assistere per la prima volta ad un battesimo per immersione.
Il piccolo Carlo liberato da tutte le bardature che sono necessarie per proteggerlo dal freddo e non solo, nudo è stato immerso nella piscina minuscola dove era stata versata acqua calda, mista ad acqua di Lourdes.
La nudità mi ha fatto pensare all’essenziale, a come siamo noi di fronte a Dio da cui non dobbiamo difenderci e a cui non possiamo nasconderci.
E’ stato bello riflettere, attraverso quel rito, sul nostro bisogno di essere ricoperti dalla grazia di Dio, l’unica veste che ci garantisce la salute eterna.
Gesù oggi ci chiama e ci promette di essere noi pescatori di uomini, lasciando le nostre reti che ci impediscono di camminare liberi al suo seguito e di vedere e di sentire adeguando il nostro passo al suo ma sempre dietro, aggiogati al suo carro.
Maria, sposa dello Spirito Santo sia la guida perchè possa essere un giorno chiamata a vivere nell’intimità il Suo Amore sponsale.

lunedì 28 novembre 2016

Luce

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“Venite camminiamo nella luce del Signore”(Is 2,5)
Le letture dell’ultima settimana dell’anno liturgico sono state caratterizzate dalla luce che emana dalla casa di Dio che diventa la nostra casa.
La luce è indispensabile per poter vivere senza inciampare e farsi male.
“Il popolo che viveva nelle tenebre vide una grande luce” c’è scritto a proposito del Salvatore.
La cometa, Maria è la luce che indica la strada per entrare nella grotta e adorare Gesù.
“Lampada ai miei passi è la tua parola” .
La Parola di Dio è la luce che ci guida, in questo periodo di attesa per non sbagliare strada e arrivare certi a destinazione.
” Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli, ad esso affluiranno tutte le genti” .
Certo che questo avviene alla fine dei giorni, ma oggi, come cercare e trovare la strada per entrare nel tempio del nostro Dio?
Il seme è nascosto nella terra, non si vedono nè fiori, nè foglie, ma c’è chi lo custodiscee lo porta alla luce.
E’ Maria il candelabro su cui la fiamma accesa risplenderà per tutti i popoli della terra.
Maria vergine dell’attesa.
Per ora ci dobbiamo fidare e metterci in cammino, con lei che per prima ebbe il privilegio di accogliere e custodire la Parola e donarla al mondo.
Metterci in cammino, non da soli, tentazione che spesso ci fa sbagliare strada, ma insieme a trutti quelli che cercano la luce che non tramonta, a tutti quelli che vogliono stabilmente abitare la città di Dio.
Non è un caso che io sia sottoposta ad un intervento agli occhi, perchè la visione offuscata migliori a tal punto da farmi evitare di cadere.
Voglio iniziare questo cammino quindi partendo dai segni che la mia storia mi rimanda, segni di confusione, caligine, nebbia, distorsioni, dovute a malattie dell’occhio alcune irreversibili.
Voglio partire dal mio bisogno di luce, dal mio limite, dalla mia cecità, riconoscendomi peccatrice, lasciandomi guidare da chi vede la strada e mi può aiutare nel percorrerla fino in fondo.
Mi voglio affidare a Maria, colei che disse sì ad un progetto che la coinvolgeva e la superava, fidandosi del suo Creatore.
” Ha guardato l’umiltà della sua serva”
L’8 dicembre celebriamo la sua Immacolata Concezione, la veste che a noi è data nel Battesimo, la vita nuova che ci permette di riconoscere di chi fidarci, a chi affidarci e quale deve essere l’abito giusto per arrivare alla grotta.
Stranamente la meta del Natale è la grotta, un luogo scarsamente illuminato, maleodorante, piccolo e scomodo, che sembra stridere con l’immagine della città del Signore posta sul monte a cui il profeta Isaia fa riferimento per invitarci a metterci in viaggio.
La luce di cui abbiamo bisogno è quella che illumina il nostro bisogno di metterci in cammino.
Il centurione non chiede a Gesù nulla ma segnala come fece Maria alle nozze di Cana, a Gesù che il suo servo è malato e non può assolvere alle sue funzioni, come a Cana la festa senza vino non poteva più dare ciò per cui era stata organizzata: la gioia
Gesù è colui che restituisce ad ognuno la sua identità, funzione, Gesù è la luce che illumina la nostra vita, da dentro sì che fuori si possa distinguere.
Ognuno di noi diventa luce per gli sbandati della notte se rimaniamo in ascolto della Parola che ci annuncia la Sua venuta.

domenica 27 novembre 2016

Anche voi

Io non sono solo, perché il Padre è con me.
“Anche voi tenetevi pronti” (Mt 24,44)
Mi ha colpito oggi quell’anche voi” a cui non avevo mai fatto caso.
La parola è rivolta ai discepoli che non si devono sentire esonerati dall’essere vigilanti e pronti per la venuta del Signore.
E’ ora di svegliarci dal sonno, dice S. Paolo nella lettera ai Romani, e di fare sul serio perchè Dio fa sul serio.
E’ innegabile che quando un pericolo è vicino ci mettiamo all’opera per scongiurarlo come anche, se un evento gioioso è imminente, ci prepariamo ad accoglierlo nel migliore dei modi.
Ciò che non piace a Dio e non ci aiuta a vivere pienamente l’esperienza del Natale è pensare che non c’è niente di nuovo sotto il sole…
Ogni anno che passa questa festa ci mette di fronte alle cose che mancano, al rimpianto per ciò che non possiamo più fare, alla nostalgia dei Natali della nostra infanzia, al dolore per chi non c’è più…
Più poveri di idee, di persone, di statuine…
Il presepe si semplifica, quando si è vecchi e si riduce all’essenziale.
Perchè non abbiamo nessuno da invitare, da stupire, nessuno che condivida la gioia di consumare con noi il pranzo e nessuno che ce lo prepari, nessuno, perchè la vecchiaia ci isola dal mondo e ci lascia soli a meditare sulla fine non dei tempi, ma nostra.
L’Avvento è una straordinaria opportunità per riflettere sulla nostra staticità, sulla nostra non vita che guarda solo a ciò che manca e non vede quello che c’è.
È. innegabile che con il passare del tempo vengono meno con le persone anche le forze e il nostro presepe si riduce a pochi pezzi essenziali.
Gesù, Maria, San Giuseppe.
Gli addobbi rimangono in cantina e la casa non prende il colori dell’attesa festosa.
Mi chiedo cosa il Signore voglia dirmi con quell” anche voi”, visto che l’attesa è di casa, quando ti trovi a srotolare le ultime pagine del libro.
Guardo fuori e i colori dell’autunno mi catturano, anche se gli alberi sono sempre più spogli e la terra meno verde.
Ci si prepara all’inverno, il tempo in cui si attinge alle provviste fatte nella stagione dell’abbondanza, il tempo in cui il seme gettato nella terra è il rischio in cui si investe la speranza, il tempo in cui occhi non vedono e orecchi non odono, perchè si è spento il canto degli uccelli, e le ombre della notte prevalgono su quelle del giorno.
Nel silenzio della mia stanza interiore cerco l’incontro con il Signore attraverso la Sua parola, il seme gettato nella mia terra.
Cosa devo aspettare? Di cosa meravigliarmi? Per cosa piangere o ridere, fare lutto o gioire?
Voglio trovare in questo tempo che Lui mi dona ragioni di speranza per me e per i miei fratelli, voglio contemplare il mio piccolo presepe mentre le strade vengono tracciate e le statuine prendono vita…
Sono le persone che custodisco nel cuore, persone che nel bene e nel male il Signore ha messo sulla mia strada, persone da custodire come dono che non si consuma, persone che hanno reso meno desolato il mio inverno, hanno dato senso e sostanza alla mia preghiera, al mio sì ripetuto nel tempo, persone che mi hanno sostenuto e che ho sostenuto.Voglio pregare con le parole del Salmo 122
Quale gioia, quando mi dissero:
“Andremo alla casa del Signore!…
Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: «Su te sia pace!».
Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene.
Il tuo Avvento Signore si incontri con la mia attesa non solitaria, non triste, ma gioiosa mentre cammino alla volta della grotta insieme a a tutti quelli che porto nel cuore.